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In quel luogo in cui eravamo finiti

In quel luogo in cui eravamo finiti, invece, il centro del tutto era il vuoto. Il Primario parcheggiava ogni mattina la sua fuoriserie inglese in un parcheggio non a pagamento a una manciata di minuti dall’ospedale, per tenere lontano da lí almeno la fuoriserie. Quando entrava nel corridoio del suo reparto urlava come un pazzo. Era intransigente, ce n’era tanta d’inerzia lì dentro. I medici si passavano Sandra di mano in mano ogni giorno, da Sandra alla malattia, con la prima lastra il primo giorno.

Ogni volta che s’incrociavano, si passavano quella palla a seconda delle reciproche simpatie, chiamavano Sandra “quella della massa mediastinica”, parlavano veloci di sintomi, interpretavano ciò che vedevano e proiettavano su di lei tutte le loro ombre.

Noi passavamo i giorni ad aspettare esami più o meno importanti. Loro, senza mai consultare i colleghi di altri reparti, preparavano l’occorrente discutendo delle cose più disparate come il colore di un’auto, poi guardavano l’ora e dicevano “Tanto non è importante questo esame. È più importante l’esame di domani”

Da Qualcosa che non muore – pagina 20 – capitolo Vuoto d’amore

 

 

Ombre e sospetti

A fine settembre, Sandra era ancora tormentata dal dolore all’anca che, nonostante il Contramal, non le dava tregua.

Incontrai in corridoio la giovane collega di Maga Circe. Teneva una postura piegata e oppressa che impediva il trasparire della sua bellezza. Quando si fermava a pensare o a parlare con i pazienti e i loro familiari, incrociava le braccia.

“Come l’ha trovata oggi?”, chiesi.

“Discretamente”.

“Per quanto tempo deve andare avanti con il dolore al fianco?”.

“Ha un’infiltrazione”.

“Il Primario mi ha detto che è piccola e non le avrebbe dato dolore”.

Incrociò le braccia ancor di più e io ripresi “Il Contramal la intorpidisce e credo che continuare ad alterare lo stato di coscienza non le faccia bene”.

“Faremo una risonanza magnetica di rivalutazione”.

Qualche giorno dopo fecero la risonanza. E, due settimane più tardi, Maga Circe mi convocò nel suo studio insieme a Sandra e con evidente imbarazzo ci espose la sua meravigliosa teoria “Per le lastre che abbiamo fatto all’anca… ho parlato anche con il mio collega e crediamo… sì, crediamo che… ci siano delle macchie, delle ombre che impediscono la corretta lettura ai radiologi. Lei conosce qualcuno che possa leggere le lastre? Guardate che sono dell’ospedale, non potrei neppure darvele. È un’eccezione”.

“Certo che conosco qualcuno”.

“Le ha il mio collega. Può passare verso le 13?”.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 95 – 96 – capitolo Ombre e sospetti

 

Uno strano venerdì

Mentre ero perso, il Piccolo Bravo arrivò.

Come entrò in scena, andò subito in confusione e capii subito che le condizioni di Sandra erano precipitate.

Poteva essere un po’ d’aria entrata per errore con il tentativo della toracentesi oppure una trombosi per la trasfusione di piastrine.

Il Piccolo andò in affanno, somministrò cortisone, poi morfina, e poi decise di farle una radiografia, lì, in stanza.

Sandra si mise seduta dritta sul letto, abbracciò la cassetta di plastica dell’apparecchio, respirò forte senza riuscire a trattenere l’aria e ci vide scappare via di corsa dietro al muro per evitare, almeno a noi, le radiazioni.

Il Piccolo, non riuscendo a capire niente, chiamò in suo aiuto un altro giovane ematologo che era di turno quella sera nel reparto dei trapianti di midollo.

E lì Sandra mi disse “Non ce la faccio”. In un istante mi passò il mondo, capii che la morfina non l’aveva ancora presa, e in quel brevissimo spazio di tempo, in quel luogo dove non c’è più niente, iniziammo a parlare a lungo di noi, della nostra vita e di tutto ciò che eravamo stati, senza fare neppure il minimo accenno a ciò che saremmo diventati.

Mi baciò. Incominciammo così a fare l’amore. Continuammo a farlo piano, come non l’avevamo mai fatto prima di allora.

La verità?

Ero in una camera di un ospedale, undicesimo piano, con la luce soffusa, guardavo il mare oltre la finestra, Sandra era alle mie spalle e la guardavo riflessa dalla finestra.

Era Venerdì Santo. Non sprecammo nulla di quel momento. Ore indimenticabili, quattro ore, tutte a 167 battiti al minuto. Era buio, nevicava, mi sentivo impazzire e quel piccolo medico in confusione non riusciva a vedere neppure dove eravamo.

Io sapevo dove eravamo, eravamo quasi in cima allo Stelvio.

Sandra, quella notte, fece tutta la salita in bici senza fiato, arrancando, dopo undici mesi di chemio. Non so ancora spiegarmi cosa riuscisse a spingerla a rimanere, so solo che la vedevo spingere con tutta se stessa sui pedali con quelle gambe senza più muscoli e a piedi nudi. Portava quel pigiama rosa che a me piaceva tanto; la camicia era aperta. Ogni tanto lasciava la strada e mi guardava “Non ce la faccio, muoio” – diceva.

Le asciugavo la saliva che le usciva dalla bocca e le dicevo “Devi farcela. Mi ami, vero?” – e lei continuava a spingere.

Le tre giovani specializzande rimasero impietrite a guardarci.

Avrebbero potuto fare altrimenti, andare anche loro fuori a fare altro, ma rimasero con noi.

Riuscii a ricevere forza da loro, anche se poi – a guardare la disperazione dell’Aiuto Piccolo – molta di quella forza velocemente mi lasciò. Ma lui era comunque lì ed ebbe il coraggio di chiamare il Primario di Chirurgia Toracica di quel posto, alle nove di una sera di un giorno di festa.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 206 – 207 – capitolo Uno strano venerdì