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Fino in fondo

“Ricordi l’ultimo giorno di carnevale quando ti dimisero? In auto presi la via più lunga. Volevo vedere la campagna, il sole e l’inverno. Quel giorno, senza dirti nulla, riuscii ad arrivare giù, fino alla fine del nostro sentiero. Ho avuto paura e sono tornato su, fino a raggiungerti sul filo dell’acqua. Poi abbiamo fatto l’amore nella barca in mezzo ai pini. Da quel giorno non sono più uscito da te”.

Abbassò lo sguardo “Se avessi saputo non ti avrei mai sposato”.

“Cosa stai dicendo? Mi ami vero?”.

“Immensamente”.

Mi è ancora necessario distrarmi, fuggire i contorni. A fatica sopravvivo in quel tratteggio, ma lo imprimo, così da non poterlo mai più riprendere.

Da Qualcosa che non muore – pag. 201 – capitolo Scaverò fino in fondo

 

La follia delle ninfee

 

Una voce mi portò al reparto. Era l’altra sorella che, visivamente scossa, mi stava chiamando. La guardai, mi diceva “Vieni! Sandra sta male”.

Quando entrai nel minuscolo bagno, la trovai sopra il bidet, senza forze, pallida – non parlava più.

La speranza è un’emozione? Quando l’abbracciai si mise a piangere come se il mio abbraccio avesse gettato a terra una bottiglia di spumante e la sua piena mi travolse “Ho detto a quel medico della TAC di somministrare il liquido di contrasto dalla vena del polso. Gli ho detto che me l’avevano riferito altri medici, non me l’ero mica inventato. Ma niente. Idiota! Ha voluto farlo a tutti i costi, e il catetere si è rotto, e con le mani nude ha fermato il sangue e ha messo un cerotto. Erano tutti lì, intorno a me, impanicati. È andato su tutto il seno, anche sul capezzolo. Guarda? Ho ancora i brividi. Mi hanno pulito velocemente e mi hanno detto di avvisare subito i medici del reparto, per un impacco, e qui mi hanno guardato – non sanno neppure di che impacco si tratta. Quando mi hanno infilato nella TAC avevo ancora le convulsioni, le gambe erano come due molle, non riuscivo a fermarle; qui mi fanno venire un altro tumore”.

La strinsi e lei lo fece ancor di più. Restammo lì su quel bidet un quarto d’ora e, stretti in quel modo, tornammo al pontile. Trovai attraccata la nostra barca e saltammo su. Mi misi a vogare e spinsi forte sul remo cercando d’intuire a che punto fosse arrivato il nostro disegno.

Quel mare sembrava diverso, ingannava il nostro cuore e imprigionava la mia mente.

Eravamo circondati da papiri e ninfee – fiori bianchi ovunque – e dal rumore di morsi senza dolore.

Quel mare era folle.

Follia, era sentire d’essere chiusi in un bagno e sentire l’aria e l’odore del vento.

Follia era riuscire a immaginare ancora qualcosa.

Follia era poter credere ancora a qualcosa.

Della rotta vera non m’importava più nulla, intuivo che era già decisa, ne ero ormai convinto.

“Non torniamo più a casa?”, mi chiese.

“No. Stai con me”.

“Questa notte ho sognato che ero in un campo”.

“Cosa facevi?”.

“Ero ferma in un campo di fiori viola; sai quei fiori che nascono nei campi a settembre? Sembrava un mare, erano altissimi e mi coprivano completamente le gambe. Poi mi sono voltata, a un centinaio di metri c’era la vecchia casa di campagna dove sono cresciuta, c’erano i miei nonni alla finestra e mi guardavano. Erano così vivi. Come si chiamano i fiori di campo viola?”.

“Fiori di campo, viola. Com’è finito il sogno?”.

“Niente. Mi sono svegliata. Cosa può significare?”.

   “Non lo so. È solo un sogno”.

Accostò il suo viso al mio e con quel respiro entrò definitivamente nella mia vita.

Ero lì, in quel campo, da sempre e lei arrivò.

Il viola era il colore del mio sogno e immerso nella sua ombra la presi.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pagine 196, 197, 198 – capitolo La follia delle ninfee

 

La storia di un libro é un processo di conoscenza

 

 

Abbiamo bisogno di essere pensati, sognati e raccontati

Concita De Gregorio, in Pane Quotidiano, presenta il libro di Dacia Maraini “La bambina e il sognatore”. Il suo primo libro scritto in prima persona maschile.

Durante la trasmissione vengono trattati l’importanza del sogno e della ricerca della Verità chiusa nel Sé, l’importanza di raccontare una storia vera e la vicinanza con la morte.

Interventi

“Possiamo dire che la figura del bambino é centrale nel suo romanzo perché é l’oggetto sia della ricerca che della sofferenza del protagonista, nonché del movente che intreccia e allo stesso tempo che scioglie la trama. Dunque possiamo dire che é proprio questo il ruolo del bambino nella società odierna, quello di intrecciare e sciogliere la trama della vita dell’adulto”.

“I sogni sono la nostra salvezza o la nostra rovina?”

 

Cosa può sognare un bambino?

Da bambino la cosa che mi terrorizzava di più non era immaginare di perdere i genitori, ma perdere la donna che avrei amato. Cosa può immaginare un bambino?

Ecco perché il mio compito in questa vita non poteva essere quello di raggiungere Sandra, innamorarmi, decidere di sposarla, per poi salutarla e lasciarla andare;

quelle immagini dovevano pur avere un senso, magari dovevo salvarla prima che fosse troppo tardi o forse avrei dovuto cercare di cambiare qualcosa prima, prima che si ammalasse.

Quel primo giorno non riuscii a trovare un senso sul perché eravamo finiti lì. Sandra era giovane, faceva sport, mangiava sano, verdura e frutta fresca, poche proteine, non fumava e mi sembrava serena. Non aveva senso ritrovarsi in quel posto.

Prima di andarla a trovare nella sua nuova stanza, mi rifugiai al bar che divenne, nei giorni successivi, un rito da dover seguire.

Seduto in quel posto, scoprii i toast appena caldi, la torta di mele secca e la nausea per i caffè col retrogusto e, dai discorsi rilassati di due medici appena usciti da un’assemblea sindacale, scoprii anche gli antidepressivi sono i farmaci più venduti dopo gli ansiolitici.

Anche i comportamenti convulsivi erano presenti lì.

Il medico più vicino a me, girava di continuo il cucchiaino nella tazzina facendomi pensare di non volersi più fermare, l’altro, sembrava essersi intestardito con lo zucchero caduto per errore sul bancone.

E continuavano a parlare. Mentre io continuavo a sentire il rumore dei motoscafi e le voci delle persone che correvano sull’erba, e continuavo a voltarmi, mentre il lago non c’era ormai più.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 17 – capitolo Piccole nevrosi al caffè

Nel sogno

monaco in riva al mare copia 2

Il sogno è una piccola porta nascosta negli angoli più profondi e più segreti della psiche.

Essa si apre su quella notte cosmica che era già psiche molto prima che apparisse la benché minima coscienza di sé e che resterà psiche qualunque sia l’estensione che prenderà la coscienza.

Ogni coscienza è separazione; ma nei sogni ritroviamo l’uomo più universale, più vero, più eterno, l’uomo che abita le tenebre della notte primitiva.

Là, l’uomo è ancora totale, e tutto è in lui, inseparabile dalla natura e spoglio da qualsiasi individualità. Anche quando è infantile, grottesco o immorale, il sogno sale da queste profondità.

Carl Gustav Jung, in Ricordi Sogni Riflessioni