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Riflessi nella nuova stanza

 

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A camminare in corridoio, alzando lo sguardo, vidi ovunque pallore, occhi tondi, bandane, e flaconi avvolti in carta stagnola. Lì, non potevo più perdermi in ridicole suggestioni.

Così accadde nella nuova stanza di Sandra, quella sera, che era il suo compleanno.

È divertente ritrovarsi incantati mentre ci si guarda allo specchio di una stanza da letto di un reparto terribile.

Una piccola stanza con un letto, una sedia bianca di finta pelle, un armadietto e un piccolo frigo con una targhetta riportante il nome dell’associazione che l’aveva donato. L’incantesimo di quella stanza mi fece superare l’idea di dove ero entrato.

Quella sera, la mia mano continuava a sfiorarle la gamba, e tutte le mie idee rimasero fisse a guardarle i capelli. Neri. Neri e lisci. Luccicavano e si appoggiavano al cuscino. La facevano sembrare rilassata e imbattibile. Mi piacevano i suoi capelli.

Sei anni prima, alla nostra prima uscita, si confondevano tra la giacca di pelle nera, aggressiva, con cerniere e risvolti che saltavano all’occhio. I suoi capelli erano oltre.

I suoi capelli erano il dettaglio per capire come voleva fare l’amore; a volte, prima di farlo, li spazzolava e li raccoglieva. Voleva essere la brava ragazza ed essere mia. Altre volte, in piedi, li scioglieva e si spogliava. Sapevo già cosa voleva.

Quella sera mi disse “Vorrei che nostro figlio fosse identico a te. Lo sai che possiamo avere anche due gemelli o una bambina rossa?”.

“Come rossa?”.

“Il nonno è rosso. Noi siamo tutte un po’ rosse. Non vedi i miei capelli? Sono neri, ma se li guardi in controluce hanno dei riflessi rossi”.

Non lo so cosa sia realmente accaduto in quella stanza. A guardarla bene, il colore dei capelli era diverso. Forse fu quel modo che aveva di guardarmi.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 51 – 52 – capitolo Riflessi nella nuova stanza