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“QUALCOSA CHE NON MUORE”. Recensione su LA VOCE DI VENEZIA

Una lotta di malinconica dolcezza, un corsa senza fiato per contrastare la storia di una malattia che si muove fra speranza, illusione e sconforto.

E l’amore che unisce i due protagonisti del romanzo, a spiegare il senso di un tempo negato, la delicatezza dei gesti e delle parole che accompagnano un viaggio tortuoso, illuminato qua e là da parole e silenzi che uniscono le loro anime.

Li si sente respirare fra le pagine, il fiato sospeso e i battiti del cuore, ci arrivano al petto e ci uniscono in una specie di indignazione che non vuole lasciare il posto alla resa, alla rassegnazione.
La malattia di Sandra, lui, l’io narrante che autentico Don Chisciotte dell’aspirazione al vero e al bene, vivono l’impatto dei difetti insiti in un mondo sanitario che non riesce a rispondere ai bisogni che la persona esprime, che mostra con fiducia, a mani aperte, per poter essere guarita.

Si scontrano con l’approssimazione delle cure, con tentativi fallimentari, mentre il corpo resiste protetto da un’ombra che lo rispetta, lo difende e lo tutela.

Un’ombra ondivaga che riflette la parte più intima e profonda dei sentimenti che scorrono fra le pagine del libro e ci coinvolgono richiamandoci alla nostra responsabilità.

Stridono e chiedono ascolto i tempi inconciliabili fra chi aspetta e chi decide, sempre sul filo di una tensione ferita, se pur instancabile.

Lo smarrimento accompagna la storia di Sandra e della sua malattia. Sembra spuntare un farmaco che potrebbe aiutarla, ma risulta inavvicinabile, tardivo, l’io narrante prosegue indomito la sua corsa, ingoia bocconi amari: il sistema mostra la sua faccia burocratica e chi ne è vittima tenta di resistere.

La tensione emotiva è più forte della stanchezza, la volontà di desistere non lo sfiora.

Mai avrebbe voluto fuggire dall’ombra che oramai invade tutte le sue emozioni e che insieme gli dà la forza di sfidare l’impossibile, di fare anche di più denunciando al mondo l’inferno che ha contaminato il corpo di Sandra che lentamente, ma inesorabilmente ha ceduto le forze pur senza arrendevolezza, con la sua anima consapevole, oramai.

Poteva forse quella medicina introvabile e perfino colpevole salvarle la vita?

Lui, l’io narrante si interroga e chiede a noi di fare altrettanto, per non far morire una necessaria domanda di giustizia, se non sappiamo farlo per amore e per esigenza di riscatto, che ogni essere che vuol definirsi umano dovrebbe potersi porre.

LA VOCE DI VENEZIA.it

Non preoccuparti, non é nulla

Quando entrai nella stanza di Sandra, vidi che era stata la sua ombra a creare quella massa.

Non feci neppure in tempo a sedermi che lei mi disse “Non preoccuparti, non è nulla, lo sento”.

Continuammo a negare così a noi stessi la verità fino alla fine.

Fu durante una notte di due anni prima, mentre eravamo distesi, che ci incrociammo con lo sguardo e per errore entrai nel buio dei suoi occhi e la mia ombra le iniettò qualcosa. In quel preciso istante anche la sua ombra mi proiettò qualcosa e da quel momento non riuscii più a staccarmi da lei.

Sapevamo entrambi che in quell’istante avevamo creato qualcosa, ma nessuno dei due disse mai niente all’altro.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pagina 19 – capitolo Vuoto d’amore

 

Qualcosa che non muore: cosa significa scrivere una storia vera

Scrivere un romanzo come Qualcosa che non muore, dopo che tutto è accaduto, significa considerare che molto di quello che è successo non doveva essere lasciato al ricordo del solo dolore, ma doveva essere usato come linguaggio, come prova sincera per il presente e il futuro:

 

Copertina del libro Qualcosa che non muoremolti muoiono ancora a causa di un linfoma o di una leucemia credendo sia nel loro destino, non scavano alla ricerca della verità e non vengono a sapere che avrebbero potuto avere altre possibilità.

Scrivere Qualcosa che non muore significa descrivere lo smarrimento che si vive quando non c’è la sensibilità della presa in cura, quando si è costretti a vivere per parecchio tempo in un ospedale, quando si è vittime di mille errori, quando si sa che non si viene ascoltati, quando le istituzioni non sono presenti, quando i diritti divengono favori, quando ti viene tolta una cura che è efficace “per una banalità” e la vita diventa nient’altro che morte e ti ritrovi a combattere solo contro i muri di gomma

 

 

 

 

Sulla riva del lago

Quell’ultimo giorno di vacanza camminammo più del dovuto. Era stanchissima e mi chiese d’andare a prendere l’auto. La lasciai seduta su una panchina sulla riva del lago.

Allontanandomi, mi voltai, e la guardai ancora.

Fu allora che decisi di gettare l’àncora, là, in quel posto lontano.

Attraversai il parco, il bosco, slegai il falco e lo lanciai verso il cielo e mi tuffai, ancora. Riuscii a sentirmi ancora libero e perso.

Rimasi nel sogno per qualche istante. Riuscivo ancora a sognare. Ma quando salii nell’auto gridai “Non te la darò mai”.

Quando tornai, Sandra rimase assorta a guardare lontano verso la linea dell’orizzonte. Guardai anch’io nella stessa direzione e promisi agli dèi che sarei arrivato a Itaca con lei.

Quell’idea, poi, prese il sopravvento.

Mi avvicinai senza far rumore, usando la tecnica delle velature di colore. Lei si voltò lentamente e sorridendo mi disse “Sei mancato anche a me”.

 

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pagina 90 – capitolo Déjà vu