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Il paesaggio italiano

Con la recidiva tutta la situazione clinica era cambiata e, con questa, cambiò l’intero paesaggio di cura. Se prima non era nemmeno necessario fare l’autotrapianto di cellule staminali, ora era diventato d’obbligo fare il trapianto da donatore – con tutti i rischi del rigetto.

Andai in ufficio da Maga Circe e le confidai la mia volontà di trovare il Centro Trapianti che potesse dare a Sandra più probabilità di farcela.

Mentre mi ascoltava seduta, le sue labbra si misero distrattamente a succhiare l’estremità della penna che teneva in mano.

Non so se un desiderio sia raggiungibile o arrivi improvvisamente o si attivi nella mente come un virus che colpisce per caso, vedevo però che i miei pensieri andavano ad adagiarsi sempre su ciò che mi era più facile accettare. L’unica cosa che non accettavo era solo che Sandra si spegnesse, questo era il mio desiderio principale e quella penna rappresentava per me solo qualcosa di diverso per dare alla mia mente un po’ di respiro.

Fortunatamente Maga Circe si accorse del mio sguardo fisso sulla penna, ricompose il rossore guardando per un attimo altrove e io feci lo stesso e, nella confusione generale delle idee, le riferii che avevo sentito parlare bene di un Centro Trapianti di midollo.

Sbarrò gli occhi “Lì non mando più nessuno, non me ne è tornato indietro neanche uno”.

“Cosa vuol dire? È un centro d’Eccellenza”.

“Ma per cortesia! Ogni Regione spende cifre folli in strutture e certificazioni pur di avere il suo Centro d’Eccellenza, ma io invio tutti al Centro di riferimento della nostra Regione”.

“Ma da lì sono tornati?”.

“Conosco il trapiantista, è una persona coscienziosa, lui è uno attento e scrupoloso”.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 109 – 110 – capitolo Il paesaggio italiano

 

 

Riflessi nella nuova stanza

 

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A camminare in corridoio, alzando lo sguardo, vidi ovunque pallore, occhi tondi, bandane, e flaconi avvolti in carta stagnola. Lì, non potevo più perdermi in ridicole suggestioni.

Così accadde nella nuova stanza di Sandra, quella sera, che era il suo compleanno.

È divertente ritrovarsi incantati mentre ci si guarda allo specchio di una stanza da letto di un reparto terribile.

Una piccola stanza con un letto, una sedia bianca di finta pelle, un armadietto e un piccolo frigo con una targhetta riportante il nome dell’associazione che l’aveva donato. L’incantesimo di quella stanza mi fece superare l’idea di dove ero entrato.

Quella sera, la mia mano continuava a sfiorarle la gamba, e tutte le mie idee rimasero fisse a guardarle i capelli. Neri. Neri e lisci. Luccicavano e si appoggiavano al cuscino. La facevano sembrare rilassata e imbattibile. Mi piacevano i suoi capelli.

Sei anni prima, alla nostra prima uscita, si confondevano tra la giacca di pelle nera, aggressiva, con cerniere e risvolti che saltavano all’occhio. I suoi capelli erano oltre.

I suoi capelli erano il dettaglio per capire come voleva fare l’amore; a volte, prima di farlo, li spazzolava e li raccoglieva. Voleva essere la brava ragazza ed essere mia. Altre volte, in piedi, li scioglieva e si spogliava. Sapevo già cosa voleva.

Quella sera mi disse “Vorrei che nostro figlio fosse identico a te. Lo sai che possiamo avere anche due gemelli o una bambina rossa?”.

“Come rossa?”.

“Il nonno è rosso. Noi siamo tutte un po’ rosse. Non vedi i miei capelli? Sono neri, ma se li guardi in controluce hanno dei riflessi rossi”.

Non lo so cosa sia realmente accaduto in quella stanza. A guardarla bene, il colore dei capelli era diverso. Forse fu quel modo che aveva di guardarmi.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 51 – 52 – capitolo Riflessi nella nuova stanza

 

Scontro tra primari

È sbalorditivo come le cose all’Inferno possano cambiare da un momento all’altro. A me bastarono solo due parole, “concrete possibilità”, per riuscire a dare forza a Sandra, e naturalmente la cura funzionò.

Il giorno dopo ci fu un diverbio molto forte tra Primari, verteva su Sandra. Nessuno voleva essere responsabile di ciò che era successo e, alla fine della discussione, tutti ebbero un sospiro di sollievo. La cosa che sembrava importante, per tutti, era che la terapia di protocollo le era stata comunque somministrata. Se fosse andata male, da lì in avanti, qualsiasi medico legale avrebbe dato la colpa al destino.

Il mio unico rammarico è che mi misi a osservare le differenze tra quei medici solo quando era già troppo tardi.

C’è una differenza tra un Preside di un liceo in giacca e cravatta che prima di partire con l’auto si infila i guanti in pelle e un professore di storia e filosofia con barba da fare e maglione di lana. Appartengono entrambi allo stesso mondo, e anche in quei corridoi si erano divisi tra chi giocava alla corrida sulle strade di Pamplona, e chi sapeva d’esser nato per andare oltre le corna di un toro.

I primi, parlavano e parlavano, credevano ciecamente alla sorte e al loro istinto; i secondi, vivevano in solitudine la depressione che l’anima, in certi luoghi, porta in superficie.

I primi, credevano nella qualità della vita e lavoravano distaccati e di fronte ai grandi mali alzavano le mani e, quando sopraggiungeva la morte, dicevano “D’altra parte”.

I secondi, invece, credevano nella vita e lavoravano per la vita, giorno e notte, stando in silenzio.

Cinque giorni più tardi smise di piovere. Mi chiamarono dalla Rianimazione mentre ero al lavoro “L’abbiamo messa in una stanza da sola. È disorientata”.

Quando arrivai, Sandra tossì più volte raschiandosi la gola. Sembrava nervosa, ma era bella con i lunghi capelli neri attorno al viso.

Mi chiese più cose, a raffica, senza aspettare le risposte e rimasi fermo a guardarla. Quante immagini mi passarono per la mente.

E cominciò a parlare “Ti amo. Ti sono mancata? So cosa è successo. Mia mamma e mio papà come stanno? E tu come stai?”.

“Mi sentivi quando ti parlavo?”.

“Cosa mi dicevi?”.

“Di non andare via”.

Le si arrossarono gli occhi e rispose “Allora sì”.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 44 – 45 – capitolo Scontro tra Primari

 

Quasi identiche. Sandra e Daniela Klemenschits

klemenschits. Lino Berton.ComSandra e Daniela Klemenschits erano due gemelle austriache. Erano nate a Vienna il 13 novembre 1982. Giocavano a tennis insieme. Insieme si è più forti.

Nel 2005 avevano raggiunto la finale al torneo WTA di Istanbul. Nel circuito ITF avevano collezionato 20 vittorie su 51 finali. Giocavano come i gemelli Bryan, come i 4 moschettieri. Uno per tutti, tutti per uno.

 

Nel 2007 avevano 24 anni. Tumore agli addominali, per entrambe.

Una malattia gravissima. Dissero incurabile. Dissero “pochi mesi di vita”. Sandra racconta che “Quando ce l’hanno detto, siamo rimaste scioccate” .

Ma non hanno mollato. Ci hanno provato, si sono curate insieme, Sandra ce l’ha fatta, Daniela no, Daniela morì ad Anif, un minuscolo paese nei pressi di Salisburgo.

“Dopo la morte di Daniela ho deciso che avrei smesso” disse Sandra.

Si dice che quando ti muore un gemello, ti muore una parte di te.

Il 21 luglio 2013, a cinque anni dalla morte di Daniela, Sandra ha vinto il suo primo titolo WTA, in un lago, a Bad Gastein, in coppia con la slovena Andreja Klepac.

Lino bertonAl momento del matchpoint, pensavo soltanto a Daniela”. E Sandra riprende: “Cinque anni fa è stata molto dura riprendere a giocare, perchè Daniela era stata la mia compagna per 15 anni. Ma per me significò molto: voleva dire che c’era qualcuno pronto ad aiutarmi anche quando le cose andavano male”, ma “La vittoria più bella è restare sana. E’ una vittoria senza prize-money, ma è la più bella. Perché non ha prezzo”

Sandra Klemenschits ha voluto chiamare “K-Twins” il suo sito internet, che ora non esiste più.

Per anni ha organizzato un evento benefico per raccogliere fondi a favore della ricerca sul cancro e l’ha intitolata “Together we’re Stronger” (insieme siamo più forti).

 

In compagnia delle emozioni

Avevano tutti il talento della memoria e riparavano corpi. A certi, quelli già isolati, si poteva perfino far arrossire gli occhi; ad altri, quelli che si muovevano solo in gruppo – se si riusciva a isolarne uno per qualche istante – era possibile estorcere anche qualche indicazione importante, che il luogo spesso negava. A tutti, però, non si doveva mai dimenticare di chiedere cosa avrebbero fatto se si fosse trattato della loro figlia. Con loro, era d’obbligo essere sempre discreti, scavare a fondo non faceva parte di quanto concesso da quel luogo e, aumentando troppo l’intensità delle emozioni, c’era il rischio che lo stesso luogo innalzasse muri.

Quel luogo osservava un codice etico che suggeriva di mostrarsi umani e di lavorare in équipe, ma quello stesso luogo insegnava anche a parlare male dei colleghi e a fare tutto da soli fino ad arrivare a boicottare il lavoro degli altri.

Quel luogo insegnava ad accaparrarsi più dannati possibili e tenerli là. Quel luogo non permetteva alla memoria di finire in menti sbagliate. Nessuno poteva farsi domande in quel luogo. Castrava tutte le menti che davano del tu alla propria anima. Li sceglieva lui così, tutti allo stesso modo, formandoli già dall’Università. Era quel luogo che li voleva così.

Per quel luogo non era conveniente allestire tavole rotonde, ogni medico agiva indipendentemente e ogni prestazione veniva rimborsata.

Sandra rimaneva in silenzio, tranquilla, ad aspettare.

Era questo che m’innervosiva di lei.

Anche quando camminavamo sui sentieri di montagna, quando stava bene, riusciva a innervosirmi per lo stesso motivo. Per lei non c’erano i crepacci che potevano risucchiare, i ponti tibetani dovevano reggere tutti, e se c’era un cane, qualsiasi cane, bisognava fermarsi e accarezzarlo come se nessuno di loro la potesse mordere.

In quei giorni, si comportò esattamente al suo solito modo, rimase in cordata a leggere romanzi tra il vento.

Da Qualcosa che non muore” – pagina 21 – capitolo – In compagnia delle emozioni