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Vasto. Per certe cose merita morire

Molti credono che per certe cose meriti morire, altri muoiono senza volerlo. Fabio Di Lello ha ucciso volontariamente un uomo che senza volerlo gli aveva ucciso la moglie, per altro si scopre che era anche incinta.

STIAMO attenti però a non vedere solo l’odio e pure “malato” nella vendetta di Vasto. Non appendiamo a un albero un uomo che ha subito un dolore irrazionale solo perché ci sembra che abbia perso la ragione, non usiamo parole tipo “macho” solo per isolare e distruggere qualcuno che non conosciamo, volendolo vedere a tutti costi accecato dalla rabbia e più debole di noi.

Non cerchiamo di sintetizzare solo piani diversi tra sociale, psicoanalitico o giuridico, non diciamo solo che non è stato capace di reggere un dolore o, peggio, che è stato “vile”. Non diamo la colpa, in qualità di garanti, solo a “una claque di morbosi”, che doveva aiutarlo e non l’ha fatto, e non fermiamo il nostro pensiero definendo un “gesto violento” come “pulsione oscura e primitiva”. Quel gesto ci ha colpito così tanto perché premeditato.

Non proteggiamo la giustizia sociale esaltando la sua forza e indicando il distacco come virtù, la ricerca della giustizia dovrebbe essere un bene collettivo e l’umiltà e la moderazione essere virtù, come pure la speranza. Con Vasto abbiamo perso tutti. Fabio Di Lello è cresciuto nel nostro ambiente con lo stesso bisogno di trovare conforto nei precetti dello stato di diritto e in Dio.

Dopo l’incidente ha venduto tutto. Si è comprato una panchina e per mesi è andato tutti i giorni sulla tomba della moglie con gli amici più veri, quelli in carne e ossa, in una sorta di assoluzione collettiva. Ha comprato a settembre nel silenzio dello Stato in cui viviamo una pistola sapendo che avrebbe peccato, nel senso che sarebbe uscito dalla giusta via, avrebbe fallito per sempre il suo vero bersaglio senza, probabilmente, più fare ritorno.

Un uomo che ha perso tutto per mano di qualcuno, anche se solo per colpa, non cerca d’imitare un attore, non ha più quel tipo di archetipo, cerca piuttosto il modo migliore di fiorire ancora nell’amore, amore perduto, ma con ogni probabilità sparito nel divino. Quel tipo di uomo rimane fisso su una scogliera al tramonto con un’unica immagine davanti agli occhi che è il sorgere dell’alba: “Presso di te è il perdono… presso il Signore è la Misericordia e grande presso di lui la redenzione” che è guarigione. Argo ha aspettato per vent’anni su quella scogliera per poi morire fiutando quel Padrone tanto amato che gli aveva procurato così tanto dolore nell’abbandono, Fabio di Lello ha trascorso mesi a guardare un pezzo di marmo in un finto giardino ben curato prima di sentirsi pronto. Il Nuovo Testamento è pieno di perdono che fiorisce con l’amore. Un uomo che ha perso tutto spera di ritrovare in tempo la sua casa: “… sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”.

Non definiamo l’amore di un uomo che prova dolore come “malato” solo perché ci vogliamo tutti dottori in un mondo dove crediamo che possa esistere anche l’amore sano. Amare qualcuno è fedeltà soprattutto a se stessi, alle scelte importanti che abbiamo fatto come sposarci e unirci nella vita a qualcun altro.

Capita a volte però di tenere tra le mani il viso della persona che ami dopo che un ragazzo in auto ha preso in pieno tua moglie in motorino, e da “testimone” di amore e dolore divieni, proprio in virtù di quell’amore, “martire”, parola quest’ultima molto curiosa visto che in greco significa “testimone”. È per questo che i giusti descritti dall’Apocalisse hanno ancora una Itaca dove poter andare nel sacrificio: “Prendi il tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, e offrilo in Olocausto… Stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio”.

Sacrificio e coerenza, rito e giustizia devono fondersi insieme quando una società ha come unico credo la maturità umana e il bene comune, altrimenti la liturgia della legge dell’uomo è vacua, e rimane cieca e sorda quando vuole proteggere se stessa nel delirio della democrazia di un popolo che rimane bambino.

Molti pensano solo alla responsabilità dell’altro e si chiedono se le persone che stavano vicine a Fabio erano completamente presenti. Ma potremmo chiederci quando ognuno di noi ha detto “Eccomi!” come Abramo, non come l’amico che ha solo telefonato a Fabio inducendolo a uccidere, non come chi ha semplicemente firmato solo qualche legge “malata” senza prevedere neppure il simbolo della sanzione per dare una parvenza di senso di giustizia che fa bene sia a Caino che ad Abele. Dolore su dolore, e continuo a sognare una madre-Stato che prenda l’umanità per mano e che con forza dica a suo figlio Abele “Non sei solo un numero, sei molto importante, non farlo ti prego, ci penso io a Caino, non voglio perderti”. Forse sarebbe sorta l’aurora se Fabio avesse creduto a quel senso di giustizia che solo chi ci è passato sa quanto importante possa essere. Sì, forse non avremmo creato nuovo dolore se Fabio avesse creduto a noi che non coincidiamo con il nostro pensiero, non riusciamo a essere “cogito”, non stabiliamo nessuna vera identità. Abbiamo talmente paura della rabbia che la confondiamo addirittura con l’odio, e la allontaniamo, ce ne separiamo, eppure é roccia sotto la sabbia. Questa volta siamo stati colpiti, anche se continuiamo a giocare a sentirci diversi, a sentirci superiori e a sentirci giusti nel distacco. Vasto, se vogliamo, ci ha uccisi tutti.