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Il culto dei morti é per i vivi

Al giovane Pateh Sabally una corona di fiori con i colori del suo Paese.

La manifestazione é stata organizzata da don Nandino Capovilla, parroco a Marghera, per tutti coloro (veneziani e stranieri, regolari o irregolari) che si son sentiti indignati per l’atteggiamento di soccorso accennato da parte di chi ha assistito.

Il Comune di Venezia pagherà le spese per il funerale con il “Fondo di solidarietà” del Comune, nel quale finisce l’intero importo dell’indennità personale che il sindaco Luigi Brugnaro ha rinunciato a incassare.

Il sindaco Brugnaro ha dichiarato alla Nuova: “È un gesto di rispetto di Venezia verso Pateh Sabally e ai suoi sogni infranti. La morte di questo giovane ha lasciato in tutti noi un sentimento di tristezza e di umana pietà verso chi, di fronte alle avversità della vita, non trova più la forza di reagire alla disperazione. Si è trattato di un gesto di disperazione personale e ancora una volta è necessario stigmatizzare chi fa polemiche e sciacallaggio sulle tragedie, ma anche testimoniare con forza che la pietà per la persona umana rimane immutata, degna di essere sempre rispettata. Alla politica “buonista” voglio altresì ricordare che non si possono continuare ad alimentare le speranze di mezzo mondo di venire in Italia. Bisogna che tutti si rendano conto dell’impossibilità, per il nostro Paese, di continuare a gestire un tale fenomeno di massa come si è fatto finora. Bisogna capirne le implicazione future, soprattutto le tragedie e le sofferenze che vengono subite da queste persone”

 

Una società che affonda

Una folla presente sulla riva di fronte alla stazione ferroviaria di Venezia vede un ragazzo, che vuole morire, gettarsi in Canal Grande.

Alcuni astanti lo chiamano “Africa”, altri dicono “Meglio lasciarlo morire, tanto ormai…, e una donnasta facendo finta”.

Nessuno si tuffa, l’acqua é fredda e un po’ torbida. Cinque persone lo riprendono col telefonino e mettono il video su Youtube.

Gli addetti, i marinai, gli lanciano quattro salvagenti, ma il suicida non li prende.

Dino Basso, direttore della sezione di Mestre della Società nazionale di salvataggio, spiega al Corriere Veneto che lì c’era un loro bagnino: “Si è tolto il giubbotto, si è guardato in giro per consegnarlo a qualcuno, ma in quel momento è stato distratto dalle urla di una donna in barca che diceva “sta facendo finta”. Il tempo di guardare meglio e l’uomo era sparito”. “Se lanci un salvagente a qualcuno impietrito dall’acqua gelida – ha spiegato – non lo prenderà, è meglio cercare di afferrare la persona da un barchino. Non voglio incolpare nessuno, ma forse qualcosa in più per salvarlo si poteva fare”.

Il giovane che si é lasciato andare a fondo per i suoi problemi si chiamava Pateh Sabally, aveva 22 anni, ed era sbarcato con la speranza e un permesso umanitario nel suo nuovo mondo solo due anni prima.

Nota: Il pubblico ministero Massimo Michelozzi difende i lavoratori dell’azienda di trasporto chiarendo alla Nuova che dinnanzi a una persona in acqua il personale ha l’obbligo di gettare i salvagenti in acqua e non di tuffarsi. Sarebbe interessante anche chiarire cosa sostiene la logica e il bun senso nel fare tutto quello che c’é da fare per salvare un uomo nero che vuole morire