Archivio Tag: Immaginare

Luca Massimo Barbero spiega Lino Berton

 

In realtà sono qui perché è scritto molto bene e questa è una cosa per cui vale la pena essere qui. Dalle prime parole di Lino si sente che ha un rapporto particolare straordinario con le immagini e l’immaginario. “Immagine” come la parola inglese che significa figurarsi, prefigurarsi “Qualche cosa” prima ancora che questa sia presente ai sensi, cioè qualche cosa che non esiste e in qualche modo che qualcuno vada a prefigurare. E questo libro è pieno d’immagini in quel senso, è un viaggio attraverso degli arcipelaghi e ogni capitolo, ogni micro capitolo, infatti, il libro ha un ritmo abbastanza incessante e ogni micro capitolo è una piccola parte di questo viaggio. Il libro è un viaggio che, come si intuisce dal rapporto con barche di carta, dicevo sembra essere un viaggio che non ha mai un Nostos, cioè non ha mai un ritorno con l’idea del racconto quasi epico come se fortunatamente, è questa, è nella modestia dell’io narrante voglia essere non è mai un viaggio fine a se stesso, e non si chiude mai. Quindi, ognuno di questi capitoli ha una luce abbastanza straordinaria.

Volevo poi farvi leggere il primo capitolo, ma non proprio il primo, ma che mi ha insomma fatto soffermare, “Piccole nevrosi al caffè”. Può sembrare un titolo sottile, come spesso è sottile la scrittura, ma poi capiremo leggendo che questo caffè, perché non amo le trame ma amo i luoghi, non è altro che un luogo che è neutro, e c’è questo aspetto come dire della partenza, che è una partenza anche cronologica, dice: ”da bambino la cosa che mi terrorizzava di più non era di immaginare di perdere i genitori, ma perdere la donna che avrei amato, cosa può immaginare un bambino”, questo è un curiosissimo incipit che ci fa conoscere e capire, come dire, questo viaggio per arcipelaghi, perché alcune volte sono delle isole altre volte un’isola sola, e altre volte più isole insieme.

Per quanto la storia dell’arte tratti la morte, la storia dell’arte in realtà tratta l’immagine della resurrezione, cioè parla della morte affinché i vivi possano finalmente in qualche modo avvicinarla, goderne, ed è una lotta abbastanza impari, tra la fantasia, molti equivocano il termine fantasia, e come altri equivocano il termine immagine, siamo, viviamo in un mondo che è sotterrato dalle immagini cioè c’è una quantità d’immagine che siamo sottoposti quotidianamente tanto che non si veda, anzi, che si veda tutto ma non si vede niente, e invece la storia dell’arte ti mette di fronte all’ineluttabilità che ciò che per noi è un tempo fisico non è il tempo della storia dell’arte. E tutto questo lo vediamo come dire nel perdurare delle immagini, insomma, e Lino in questo libro usa un’immagine subito, inizia con una personalità piuttosto curiosa che introduce un altro grande tema che è abbastanza curioso per chi scrive, per lo scrivente, perché è uno spazio che non esiste realmente o è immaginato, non immaginario ma immaginato, che è lo spazio aperto cioè lo spazio della natura.

Prof. Luca Massimo Barbero, 16 dicembre 2016

 

 

Cosa può sognare un bambino?

Da bambino la cosa che mi terrorizzava di più non era immaginare di perdere i genitori, ma perdere la donna che avrei amato. Cosa può immaginare un bambino?

Ecco perché il mio compito in questa vita non poteva essere quello di raggiungere Sandra, innamorarmi, decidere di sposarla, per poi salutarla e lasciarla andare;

quelle immagini dovevano pur avere un senso, magari dovevo salvarla prima che fosse troppo tardi o forse avrei dovuto cercare di cambiare qualcosa prima, prima che si ammalasse.

Quel primo giorno non riuscii a trovare un senso sul perché eravamo finiti lì. Sandra era giovane, faceva sport, mangiava sano, verdura e frutta fresca, poche proteine, non fumava e mi sembrava serena. Non aveva senso ritrovarsi in quel posto.

Prima di andarla a trovare nella sua nuova stanza, mi rifugiai al bar che divenne, nei giorni successivi, un rito da dover seguire.

Seduto in quel posto, scoprii i toast appena caldi, la torta di mele secca e la nausea per i caffè col retrogusto e, dai discorsi rilassati di due medici appena usciti da un’assemblea sindacale, scoprii anche gli antidepressivi sono i farmaci più venduti dopo gli ansiolitici.

Anche i comportamenti convulsivi erano presenti lì.

Il medico più vicino a me, girava di continuo il cucchiaino nella tazzina facendomi pensare di non volersi più fermare, l’altro, sembrava essersi intestardito con lo zucchero caduto per errore sul bancone.

E continuavano a parlare. Mentre io continuavo a sentire il rumore dei motoscafi e le voci delle persone che correvano sull’erba, e continuavo a voltarmi, mentre il lago non c’era ormai più.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 17 – capitolo Piccole nevrosi al caffè

I sogni di Ulisse

“Credo che il mio destino abbia preso la sua rotta un’estate quand’ero bambino. Mi rifugiavo nella natura con i miei amici sbandati che mia madre detestava e umiliava di continuo, definendoli stupide creature immaginarie. Passavo le mie giornate vivendo come Ulisse – passando di isola in isola cercando di essere scaltro con mia madre – scrivendo e disegnando quello che vedevo senza definire mai ciò che sognavo.

La parentesi estiva non fu breve e mi ritrovai grande, senza arte né parte, sapendo far niente”.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag.11 – prefazione