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Senza più ombre alla Grande Jatte

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Un altro sentimento poco piacevole che avevo, era d’essere separato dal resto del mondo, come se fossi stato alla deriva.

La memoria si sbarazzò velocemente delle immagini che avevo, le gettò via come piatti di ceramica contro a un muro. Ma muri, in quella stanza, non ce n’erano più.

Poi il rumore si fermò e dipinsi su una tela di lino il paesaggio che avevo di fronte.

La preparai con cura, buttandoci sopra della colla di pelle di coniglio. Tre metri per tre. Dipinsi azzurro il mare, azzurro il cielo, azzurro qualsiasi cosa.

Finsi di vedere la linea che separa il cielo dal mare e disegnai un gran giardino in riva a un lago, tutte le immagini della vita di Sandra, ma in un attimo sentii ancora del colore arrivare e in quell’attimo le cancellai.

Da quell’attimo, seguii solo dei punti che sembravano fissi, praticamente con il colore seguivo la rotta e, nel dipingere le gocce delle creste delle onde, ricercai ogni nostro tratto e lo feci diverso l’uno dall’altro.

Restai comunque lì con lei, con i pennelli in mano, in equilibrio, in un posto diverso che cercava di capire il dolore, senza fretta – come sopra una fune sospesa nell’aria – e cercavo anch’io di ascoltare ogni pensiero di quel vuoto.

Restai sopra quella fune, immobile, dentro ciò che vedevo, come fa l’illusione quando sa far prendere al cuore la via più breve.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 73 – 74 – capitolo Senza più ombre alla Grande Jatte

Responsabilità innocentista: assoluzioni in oltre il 95% dei casi

 

La giurispridenza non è contro di voi. Come dimostrano le assoluzioni in oltre il 95% dei casi

Magistrato Dambruoso, candidandosi alla Lista Monti, rassicura i medici in occasione dello “sciopero delle sale parto” proclamato a gennaio 2013 dai ginecologi italiani

 

La follia dei ricordi

Incrociando quei solchi, nel silenzio dell’unione, mi fissava cercando disperatamente un senso a quella mia follia.

Follia era il giorno dedicato a camminare e a stare insieme il più a lungo possibile.

Follia era intuire d’averla già conosciuta in un sogno pressoché dimenticato.

Follia era vederla in quel lago che avevo di fronte.

Follia fu tuffarmici dentro.

Follia fu non dirle niente.

In quei giorni cercavo di capire cosa poteva aver scatenato quel cortocircuito che l’aveva portata a costruire la massa. Cercavo dentro di lei. Lei invece non faceva trasparire nulla, ma eravamo entrambi persi oltre il confine del suo profondo.

Follia era forzarla a camminare per farle riprendere la muscolatura.

Follia era giocare. Follia era scherzare, cercando di dimenticare fatica, dolore, paure, e l’ombra.

In quei dieci giorni lontani dal resto del mondo, la forzavo a pensare che il rischio vero era quello di perderci. Credevo davvero di riuscire a scuoterla.

Non avrei mai immaginato che era proprio quel pensiero a far crescere in lei, l’idea di legarmi per sempre a lei.

Il Contramal, in quei giorni, rese tutto più folle.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 88 – 89 – capitolo La follia dei ricordi