Archivio Tag: Amore

La follia dei ricordi

Incrociando quei solchi, nel silenzio dell’unione, mi fissava cercando disperatamente un senso a quella mia follia.

Follia era il giorno dedicato a camminare e a stare insieme il più a lungo possibile.

Follia era intuire d’averla già conosciuta in un sogno pressoché dimenticato.

Follia era vederla in quel lago che avevo di fronte.

Follia fu tuffarmici dentro.

Follia fu non dirle niente.

In quei giorni cercavo di capire cosa poteva aver scatenato quel cortocircuito che l’aveva portata a costruire la massa. Cercavo dentro di lei. Lei invece non faceva trasparire nulla, ma eravamo entrambi persi oltre il confine del suo profondo.

Follia era forzarla a camminare per farle riprendere la muscolatura.

Follia era giocare. Follia era scherzare, cercando di dimenticare fatica, dolore, paure, e l’ombra.

In quei dieci giorni lontani dal resto del mondo, la forzavo a pensare che il rischio vero era quello di perderci. Credevo davvero di riuscire a scuoterla.

Non avrei mai immaginato che era proprio quel pensiero a far crescere in lei, l’idea di legarmi per sempre a lei.

Il Contramal, in quei giorni, rese tutto più folle.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 88 – 89 – capitolo La follia dei ricordi

 

 

Quel posto non c’é

Ma ero ancora lì, in quel posto, aggrappato a quel vento che continuavo a sentire, e mio padre mi prese il braccio.

Era lui, la buona parola al momento giusto. Aveva ancora i suoi ottant’anni, era venuto da me, dall’altra parte del mondo, per cercarmi.

Ricordo l’emozione che provai in quell’abbraccio perso nel vuoto, ma continuai a camminare in quel corridoio; neppure mio padre riuscì a fermarmi o forse ci riuscì solo per un secondo. Ricordo che non piansi e che il mio pensiero rimase fisso su di lui.

L’amore appartiene all’Inferno

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 194 – 195 – capitolo Quel posto non c’é

 

 

Il fragile peso delle emozioni

Il sabato, Scirone non c’era neppure per salutare. Alle otto del mattino, Sandra era già pronta seduta sul letto e sul tavolo c’era la bottiglia d’acqua ancora piena,

Sandra era pallida, visivamente debole, ma prima di partire controllò che la parrucca fosse in ordine e prese con sé la bottiglia.

Nel varcare la soglia, girò lo sguardo e salutò con la mano alzata il medico in fondo al corridoio che accennò un saluto senza alzarsi dalla scrivania. Scriveva.

Voltammo a destra verso l’ascensore e vidi dentro alle stanze gli ammalati, uno ad uno; avevano tutti sul comodino una bottiglia d’acqua e un paio di pazienti erano riversi.

C’erano l’ira, l’angoscia, l’ansia, la paura, e la tristezza erano tutte dentro a quell’acqua morta. Il dolore era onnipresente e il piacere era solo un ricordo.

Presi la mano di Sandra e mi diressi verso la fine del pontile, e mi sfuggì un pensiero “Credevo ci fossero solo gabbiani qui dentro”

e lei “Vorrei riuscire a cambiare ancora qualcosa”.

Arrivati alle porte dell’ascensore, la baciai sul collo. Il bacio produsse nel cielo un lampo rosso e nel punto più in alto il vento lo portò lontano. L’ira s’intensificò con il vento e andò al largo a morire.

A quel punto, forse, avrei dovuto abbracciarla come si fa con i bambini e farla sentire protetta scatenando tutte le sue emozioni, ma non lo feci. Non mi sarei più staccato da lei, da quei piedi nudi che sfioravano l’erba che non c’era già più.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 154 – 155 – capitolo Fragile

 

 

 

Morire di cancro è il miglior modo di morire

Secondo Richard Smith, ex direttore del British Medical Journal, morire di cancro è il miglior modo di morire perché ti lascia del tempo.

“… si può dire addio alla famiglia, riflettere sulla propria vita, lasciare gli ultimi messaggi, forse visitare luoghi speciali per l’ultima volta, ascoltare i brani musicali preferiti, leggere poesie, e prepararsi, secondo il proprio credo, a godere delle migliori condizioni dopo la morte”.

 

Una strana recensione

Gentile amico,

mi sono soffermata alle pagine 130 e 131 del capitolo “Qualcosa che non muore“, dove ritrovo lo stesso titolo del suo libro.

Che cosa è che non muore oltre la morte?

Bella domanda.

Il narratore è da poco sposato a una giovane donna, Sandra, che si ammala di cancro, un linfoma. In questo capitolo stanno uscendo insieme dall’ospedale, alla fine di vari cicli di chemio, e il verdetto finale è che non c’é più niente da fare e che rimangono a Sandra pochi mesi di vita …e Sandra “continuava a parlarmi”.

Lui invece non ci riusciva né a parlare né ad ascoltare, era rimasto imprigionato in una minuscola idea fatta di fiale, morfina e dolce morte.

E l’anima gli chiede: si può vedere il punto più lontano quando si giace sul fondo di una piccola idea?”.

La risposta gliela darà il suo pensiero che vuole essere ancora libero e volare fuori se stesso e lo spinge a librarsi verso Sandra, la sua amata, e poi, cercare più in là. E la piccola idea prende forza e va oltre il dolore e lui ricomincia a respirare e a sorridere.

A questo punto sono io che mi chiedo: l’anima, il pensiero, sono loro i veri soggetti, le vere spinte a dare al martito quel “Qualcosa che non muore” e la forza di librarsi verso Sandra vale a dire l’amore?

E qui mi sorge un altro problema: l’anima e il pensiero sono, nel modo più diffuso di pensare specificatamente cattolico, qualcosa di separato dal corpo, entità puramente spirituali. Ma il lui di questa storia crede nella relazione mente-corpo (pag. 81) ed entriamo nel capitolo intitolato “La giovane psicologa”. E sarebbe interessante domandarsi: perché è nella psiche che mente e corpo, più che in relazione, sono un unicum?

Sempre nella stessa pagina la giovane psicologa sta accanto a un paziente e appoggia il suo braccio attorno al collo di lui.

Questa vicinanza – parola nel testo – non l’ho trovata in medici e Primari nel corso delle loro visite.

Ne fa testo come il libro si chiude: Sandra è ormai morta e lui vorrebbe sapere dall’ultimo medico, medico legale, come si può ritirare un farmaco salvavita e lasciare gli ammalati morire, la risposta del medico si commenta da se: “Io però ho finito. La perizia l’ho fatta. Passi dalla mia segretaria per il saldo dei miei cinquemila euro della mia parcella”.

Più distanza di così!

Lino Berton "Qualcosa che non muore"

 

 

Luigia Rizzo Pagnin. Membro delle Amiche del Centro Donna di Mestre. Assessora all’Istruzione e alla Cultura nella Provincia di Venezia dal 1977 al 1985. Ex insegnante delle scuole elementari. Scrittrice e  Poeta.