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Scrivere e leggere per gli altri rende la vita più povera

“Scrivere è (…) tornare a casa. Lo stesso che leggere.

Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera”

Anna Maria Ortese

 

La diffamazione a mezzo stampa e il dovere di critica

 
“Non parlare mai male di qualcuno che non c’é”

In tema di diffamazione a mezzo stampa, il diritto di critica, può essere esercitato anche mediante espressioni lesive della reputazione altrui, purché esse siano strumento di manifestazione di un ragionato dissenso e non si risolvano in una gratuita aggressione distruttiva dell’onore (Sez. 3 , Sentenza n. 4545 del 22/03/2012).

La Suprema Corte ha affermato che “In tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa, qualora la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di critica, stabilire se lo scritto rispetti il requisito della continenza verbale è valutazione che non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita ( art. 21 Cost. ), bilanciamento ravvisabile nella pertinenza della critica all’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, ma di quella interpretazione del fatto, che costituisce, assieme alla continenza, requisito per l’esimente dell’esercizio del diritto di critica (Sez. 3, Sentenza n. 15443 del 20/06/2013).

C’é chi racconta di qualcosa senza essere stato testimone, c’é chi difende qualcuno solo perché appartiene al suo stesso Club, o Partito, o associazione ONLUS. Io c’ero

 

Caro Presidente. Quello che mi irrita é l’ipocrisia istituzionale

Caro Presidente,

sono nato e cresciuto in Italia. Sono uno dei tanti chiusi nel proprio orticello che pregano Dio che Renzi cambi l’Italia prima di essere colpito a morte.

Da bambino ascoltavo i vecchi, quelli che erano nati prima di lei, quelli che all’epoca della mia giovinezza venivano chiamati “ragazzi del 99”. Andavano per le scuole elementari a raccontare alcuni fatti che erano accaduti durante la grande guerra, fatti che non si trovavano nei libri di scuola.

Dicevano che l’artiglieria italiana sparava ai propri soldati impauriti e chiusi in trincea per costringerli ad avanzare. Non raccontavano cose belle neppure dei comandanti italiani, dicevano che rimanevano al riparo e sparavano ai soldati storditi che si riparavano tra gli alberi. Finivano i loro discorsi dicendo che il miglior esercito del mondo doveva essere fatto di soldati italiani e ufficiali dell’Impero.

Tutte immagini che s’imprigionano nella mente di un bambino.

A diciannove anni sono andato a fare il militare, il soldato, in provincia di Caserta, un luogo dove il maresciallo addetto alla cucina aveva la madre che vendeva, in un garage nel centro del paese, le stesse bibite e detersivi presenti in caserma. Perché racconto tutto questo?

Perché se c’è una cosa che mi irrita più della morte è l’ipocrisia degli adulti, e perché alle 7.30 di ogni alzabandiera dovevo per forza ascoltare l’ufficiale di picchetto che raccontava, con il megafono attaccato alla bocca, le varie gesta di coloro che dovevano essere da esempio.

Ricordo ancora la stanchezza, il sonno, io in piedi sull’attenti assieme agli altri, mentre sognavo quei “ragazzi del 99” bombardati alle spalle, e mentre venivo infastidito da quelle frasi metalliche ripetute per giustificare delle medaglie al valore che facevano bene a un esercito: “eroica figura, durante cruento combattimento, incurante di sè alla testa dei più animosi, colpito mortalmente rimaneva in piedi appoggiato ad un albero”. Tutte le stesse immagini ogni mattina.

In questi ultimi giorni, durante una trasmissione televisiva, ho sentito il Presidente del Consiglio indicare il carattere che dovrebbe avere il nuovo Presidente della Repubblica: “una persona che non sia polemica”

Ecco perché le scrivo. Vorrei capire perché i grandi non possono essere polemici.

Mazzini non lo era? San Giuda non era forse un polemico? Perché un Capo di Stato non può scavare, e scagliarsi con tutte le sue forze contro le Istituzioni, se queste fanno del male agli indifesi?

Lino Berton