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Vivere non è un obbligo

Testo integrale della lettera di un ragazzo 30enne di Udine, dove motiva con molta lucidità il suo suicidio. La lettera è stata pubblicata dal Messaggero Veneto con il consenso dei genitori.

Tra le tante motivazioni al suicidio emergono la fatica di esistere, il tradimento istituzionale, il distacco della società nei suoi confronti, il suo distacco dal sacrificio, la difficoltà di farsi domande, il diritto di poter decidere di morire e il rifiuto totale di essere obbligato a vivere.

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. 

Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema.

Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo.

Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto

Michele

Vasto. Per certe cose merita morire

Molti credono che per certe cose meriti morire, altri muoiono senza volerlo. Fabio Di Lello ha ucciso volontariamente un uomo che senza volerlo gli aveva ucciso la moglie, per altro si scopre che era anche incinta.

STIAMO attenti però a non vedere solo l’odio e pure “malato” nella vendetta di Vasto. Non appendiamo a un albero un uomo che ha subito un dolore irrazionale solo perché ci sembra che abbia perso la ragione, non usiamo parole tipo “macho” solo per isolare e distruggere qualcuno che non conosciamo, volendolo vedere a tutti costi accecato dalla rabbia e più debole di noi.

Non cerchiamo di sintetizzare solo piani diversi tra sociale, psicoanalitico o giuridico, non diciamo solo che non è stato capace di reggere un dolore o, peggio, che è stato “vile”. Non diamo la colpa, in qualità di garanti, solo a “una claque di morbosi”, che doveva aiutarlo e non l’ha fatto, e non fermiamo il nostro pensiero definendo un “gesto violento” come “pulsione oscura e primitiva”. Quel gesto ci ha colpito così tanto perché premeditato.

Non proteggiamo la giustizia sociale esaltando la sua forza e indicando il distacco come virtù, la ricerca della giustizia dovrebbe essere un bene collettivo e l’umiltà e la moderazione essere virtù, come pure la speranza. Con Vasto abbiamo perso tutti. Fabio Di Lello è cresciuto nel nostro ambiente con lo stesso bisogno di trovare conforto nei precetti dello stato di diritto e in Dio.

Dopo l’incidente ha venduto tutto. Si è comprato una panchina e per mesi è andato tutti i giorni sulla tomba della moglie con gli amici più veri, quelli in carne e ossa, in una sorta di assoluzione collettiva. Ha comprato a settembre nel silenzio dello Stato in cui viviamo una pistola sapendo che avrebbe peccato, nel senso che sarebbe uscito dalla giusta via, avrebbe fallito per sempre il suo vero bersaglio senza, probabilmente, più fare ritorno.

Un uomo che ha perso tutto per mano di qualcuno, anche se solo per colpa, non cerca d’imitare un attore, non ha più quel tipo di archetipo, cerca piuttosto il modo migliore di fiorire ancora nell’amore, amore perduto, ma con ogni probabilità sparito nel divino. Quel tipo di uomo rimane fisso su una scogliera al tramonto con un’unica immagine davanti agli occhi che è il sorgere dell’alba: “Presso di te è il perdono… presso il Signore è la Misericordia e grande presso di lui la redenzione” che è guarigione. Argo ha aspettato per vent’anni su quella scogliera per poi morire fiutando quel Padrone tanto amato che gli aveva procurato così tanto dolore nell’abbandono, Fabio di Lello ha trascorso mesi a guardare un pezzo di marmo in un finto giardino ben curato prima di sentirsi pronto. Il Nuovo Testamento è pieno di perdono che fiorisce con l’amore. Un uomo che ha perso tutto spera di ritrovare in tempo la sua casa: “… sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”.

Non definiamo l’amore di un uomo che prova dolore come “malato” solo perché ci vogliamo tutti dottori in un mondo dove crediamo che possa esistere anche l’amore sano. Amare qualcuno è fedeltà soprattutto a se stessi, alle scelte importanti che abbiamo fatto come sposarci e unirci nella vita a qualcun altro.

Capita a volte però di tenere tra le mani il viso della persona che ami dopo che un ragazzo in auto ha preso in pieno tua moglie in motorino, e da “testimone” di amore e dolore divieni, proprio in virtù di quell’amore, “martire”, parola quest’ultima molto curiosa visto che in greco significa “testimone”. È per questo che i giusti descritti dall’Apocalisse hanno ancora una Itaca dove poter andare nel sacrificio: “Prendi il tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, e offrilo in Olocausto… Stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio”.

Sacrificio e coerenza, rito e giustizia devono fondersi insieme quando una società ha come unico credo la maturità umana e il bene comune, altrimenti la liturgia della legge dell’uomo è vacua, e rimane cieca e sorda quando vuole proteggere se stessa nel delirio della democrazia di un popolo che rimane bambino.

Molti pensano solo alla responsabilità dell’altro e si chiedono se le persone che stavano vicine a Fabio erano completamente presenti. Ma potremmo chiederci quando ognuno di noi ha detto “Eccomi!” come Abramo, non come l’amico che ha solo telefonato a Fabio inducendolo a uccidere, non come chi ha semplicemente firmato solo qualche legge “malata” senza prevedere neppure il simbolo della sanzione per dare una parvenza di senso di giustizia che fa bene sia a Caino che ad Abele. Dolore su dolore, e continuo a sognare una madre-Stato che prenda l’umanità per mano e che con forza dica a suo figlio Abele “Non sei solo un numero, sei molto importante, non farlo ti prego, ci penso io a Caino, non voglio perderti”. Forse sarebbe sorta l’aurora se Fabio avesse creduto a quel senso di giustizia che solo chi ci è passato sa quanto importante possa essere. Sì, forse non avremmo creato nuovo dolore se Fabio avesse creduto a noi che non coincidiamo con il nostro pensiero, non riusciamo a essere “cogito”, non stabiliamo nessuna vera identità. Abbiamo talmente paura della rabbia che la confondiamo addirittura con l’odio, e la allontaniamo, ce ne separiamo, eppure é roccia sotto la sabbia. Questa volta siamo stati colpiti, anche se continuiamo a giocare a sentirci diversi, a sentirci superiori e a sentirci giusti nel distacco. Vasto, se vogliamo, ci ha uccisi tutti.