La malattia di Sandra raccontata nel libro

 

Lo smarrimento

 

Al mattino lo pneumologo mi riferì che si era prodigato non poco per fare una TAC a Sandra quel giorno. Il sabato, al lago, non è un giorno come gli altri. Lo ringraziai e m’informò del suo sospetto linfoma – tra gli schiamazzi dei bambini sull’erba. “Non si preoccupi, si curano, vado in barca con un amico che molti anni fa ha avuto la stessa cosa di sua moglie”.

Nello stesso istante in cui realizzai d’essere arrivato all’Inferno, cercai di capire come funzionava quel pezzo di mondo...

La mancanza di comunicazione tra reparti

 

Bussai al primo ambulatorio di quel triste reparto di bandane colorate e, quando la porta si aprì, la dottoressa che apparve mi piacque all’istante. Le spiegai la situazione e sbottò “Non ci hanno consultato. Siamo noi che curiamo la massa di sua moglie e ci sono concrete possibilità. Pazzesco! Guardi, domani mattina alle tredici devo andare a parlare con il collega, venga anche lei”.

 

La diagnosi

 

Linfoma T linfoblastico stadio II° B “bulky”. Bulky sta ad indicare la massa al mediatino, nella zona “vuota” tra i polmoni dietro la trachea.

Sandra, la protagonista del libro, al momento della diagnosi aveva 37 anni, era allo stadio II su IV, la malattia non aveva intaccato né il midollo né la corteccia cerebrale.

Quel primo giorno non riuscii a trovare un senso sul perché eravamo finiti lì. Sandra era giovane, faceva sport, mangiava sano, verdura e frutta fresca, poche proteine, non fumava e mi sembrava serena. Non aveva senso ritrovarsi in quel posto.

 

La sensazione di non presa in cura

 

Il pensiero che mi spaventava di più in quei giorni in Rianimazione non era più quello che la massa si potesse nutrire da sola dentro a quel vuoto, che la cellula impazzita riuscisse a caricarsi di qualche paura, o che l’ombra di Sandra potesse riuscire a nascondersi da me, o da lei, fino alla fine. Il pensiero che mi spaventava di più era quella sottile sensazione di interesse distratto che ci aveva accolto in quel luogo fin dal primo istante.

 

La necrosi all’anca

 

Subito dopo essere andati dall’ecografista privato andammo in reparto e fummo fortunati, c’era Maga Circe.

“La ricoveriamo subito, ho già contattato la Radiologia e domani mattina le fanno subito una lastra, così vediamo”.

“L’ecografista ha trovato un bel po’ d’acqua vicino all’attaccatura del femore. Cosa può essere secondo lei?”.

“Non lo so, dopo la lastra vedremo cosa dice l’ortopedico; bisognerà, però, aspettare lunedì per avere un ortopedico di cui fidarsi, sicuramente non è una sciatica”.

In quel momento, avrei dovuto portar via subito Sandra da quel luogo. Avrei dovuto chiedere una visita urgente, a pagamento, dentro o fuori di lì, ma era sabato e il giorno dopo era pure domenica.

Arrivò il lunedì. Maga Circe sollecitò subito una visita ortopedica urgente. Ma nessuno dall’Ortopedia arrivò.

Richiamarono all’ora di pranzo, alle quindici, alle diciotto, alle otto del giorno dopo, a mezzogiorno e ancora alle quindici; 33 ore di sollecitazioni, ma niente.

Come quando piove e alzi lo sguardo, chiudi gli occhi, la pioggia arriva e violenta la pelle del viso e risenti un suono. Quel suono poteva essere un canto o il grido del vento, e questo bastò a un infermiere per caricare Sandra su una sedia a rotelle e spingerla in Ortopedia, e a quel punto un ortopedico fu costretto a seguire il protocollo, e le fece la visita. Una visita veloce.

Quando tornò, Sandra era cambiata “Non ha neppure guardato il referto dell’ecografia. Ha buttato sul tavolo la cartellina e ha detto che ho una sciatica. Guarda, se fossi stato lì, gli avresti dato un pugno”.

Capitolo: Cinque giorni

 

 

L’intero reparto di ortopedia che non interviene

 

In quel momento, avrei dovuto portar via subito Sandra da quel luogo. Avrei dovuto chiedere una visita urgente, a pagamento, dentro o fuori di lì, ma era sabato e il giorno dopo era pure domenica.

Arrivò il lunedì. Maga Circe sollecitò subito una visita ortopedica urgente. Ma nessuno dall’Ortopedia arrivò.

Richiamarono all’ora di pranzo, alle quindici, alle diciotto, alle otto del giorno dopo, a mezzogiorno e ancora alle quindici; 33 ore di sollecitazioni, ma niente.

 

La finta visita ortopedica

 

Quando tornò, Sandra era cambiata “Non ha neppure guardato il referto dell’ecografia. Ha buttato sul tavolo la cartellina e ha detto che ho una sciatica. Guarda, se fossi stato lì, gli avresti dato un pugno”.

 

Sintomi B

 

Svegliarsi in rianimazione, dopo una settimana di chemio, trovarsi irriconoscibili con i lineamenti completamente deformati, quando le ultime parole del medico a cui ti sei affidato sono state “non ti preoccupare”, quale effetto può avere sulla psiche?

Se poi ti ritrovi con un forte dolore provocato da una grossa infiammazione all’anca e l’ortopedico che ti visita non guarda l’ecografia e diagnostica una sciatica, quale effetto può avere sul decorso della malattia?

Vedere anche pagina “Depressione reattiva”

 

La depressione reattiva

 

Maga Circe sospese il cortisone, l’infiammazione scese in pochissimo tempo e il dolore lancinante all’anca andò via in quindici giorni, ma rimase un dolore diverso.

Se può essere facile riuscire a dare un senso a un dolore violento, è più difficile farlo con il dolore sottile come quello della consapevolezza di essere venuto al mondo, ma di dover morire. Ma quando il dolore dipende dal fatto che comprendi che per tre mesi nessuno ti ha capito, il dolore diventa disperazione.

 

Il campo minato in oncologia

 

Quando capisci di essere dentro a un campo minato e il sistema creato per salvarti ti indica una via, ma poi si distrae, e comprendi che il sistema stesso prevede che tu sia impotente dentro a quel campo e ti dice “Di che ti lamenti, ti ho iniettato la terapia, ho seguito il protocollo”, ti disperi perché, quello rimasto solo nel campo minato, sei tu e non sai più che fare.

Le 3 cose che non devono mancare a un malato oncologico

 

Tre cose non mancavano a Sandra per superare la malattia – la fede, la famiglia e gli amici.

Mi affidai alle buone sensazioni di tutti e, per scavalcare la depressione appena insorta, continuai il viaggio con Sandra convinto che bastasse la sua volontà di rimanere con me.

Le difese della mia mente continuarono a farsi vedere solo tutto ciò che andava bene.

Della massa non c’era più traccia.

 

La recidiva

 

Il fatto che un malato abbia una recidiva e un altro no, lascia il sistema in silenzio; un nesso causale con le recidive non esiste mai, esiste solo la fortuna e la sfortuna, o il destino.

Il virus dell’epatite da trasfusione controllata

 

La protagonista di Qualcosa che non muore, prima dell’inizio delle chemioterapie al primo Ospedale, era stata sottoposta all’esame sierologico per verificare la presenza di epatiti e questo risultava negativa.

Dopo alcuni mesi di chemio e numerose trasfusioni, il test sierologico per epatite, eseguito nel secondo Ospedale, diede esito positivo.

I medici del secondo Ospedale, attribuirono la presenza del virus dell’epatite B all’ultima trasfusione eseguita nel primo Ospedale.

 

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