Silence

La speranza! L’avevo tenuta morta tra le braccia

Quando avrò detto: ho peccato intenzionalmente contro la speranza, ogni ora del giorno, da undici anni, avrò detto tutto. La speranza! L’avevo tenuta morta tra le mie braccia nella sera spaventosa di un marzo ventoso, desolato… ne avevo sentito l’ultimo soffio sulla guancia in un punto che conosco. Ed ecco che essa mi viene restituita. Non prestata questa volta ma donata. Una speranza tutta per me, solo per me, che non somiglia per nulla a quello che i filosofi chiamano così come la parola amore non somiglia all’essere amato. Una speranza che é come carne della mia carne. Questo è inesprimibile. Solo un bambino saprebbe dire qualcosa

Georges Bernanos. Il diario di un curato di campagna (la protagonista del romanzo, poco prima della sua morte, ritrova la speranza che aveva perduto con la morte del figlio avvenuta undici anni prima)

 

Vivere non è un obbligo

Testo integrale della lettera di un ragazzo 30enne di Udine, dove motiva con molta lucidità il suo suicidio. La lettera è stata pubblicata dal Messaggero Veneto con il consenso dei genitori.

Tra le tante motivazioni al suicidio emergono la fatica di esistere, il tradimento istituzionale, il distacco della società nei suoi confronti, il suo distacco dal sacrificio, la difficoltà di farsi domande, il diritto di poter decidere di morire e il rifiuto totale di essere obbligato a vivere.

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. 

Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema.

Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo.

Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto

Michele

Hana Bi. “Io non ce la farei mai a vivere così”

Hana-bi (Fiori di fuoco) è un film, Leone d’Oro alla 54ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 1997, interpretato e diretto da Takeshi Kitano.

 

Takeshi Kitano interpreta Nishi, un poliziotto sospeso dal servizio per i suoi modi troppo duri. La moglie è affetta da leucemia.

La chemio non funziona più e il medico consiglia a Nishi di portare la moglie a casa e di fare con lei un ultimo viaggio. Nishi non ha soldi e si indebita con la Yacuza per averli, poi organizza quel viaggio.

Nishi va sul Monte Fuji con la moglie, guardano insieme la natura e giocano. Durante la notte, Nishi uccide gli strozzini che lo inseguono e al mattino porta la moglie a vedere il mare.

I colleghi poliziotti lo raggiungono per arrestarlo, lui chiede a loro di aspettare qualche minuto e loro rimangono in macchina a guardare Nishi che è con la moglie sulla spiaggia.

Uno dei colleghi dice all’altro: “Io non ce la farei mai a vivere così”.

Nishi abbraccia la moglie, l’unica volta in tutto il film. Guardano il mare. Lei dice a lui “Grazie” e poi “Scusa”. Nishi china il capo.

Dopo qualche istante si sentono due spari

 

 

Scappa dalla tua vita

Ti è mai capitato di fare qualcosa di diverso da ciò che pensavi da bambino mentre guardavi una serie televisiva?

Scappa dalla tua vita. Lino Berton. Qualcosa che non muoreDa bambino guardavo le puntate di “Run for your life”, tradotto in italiano in I giorni di Bryan. Mi piaceva la sigla.

I giorni di Bryan sono gli ultimi giorni di Brian.

Ben Gazzara interpreta Paul Bryan, un avvocato di uno studio importante che riceve da un medico oncologo la sentenza di morte per cancro in un arco di tempo compreso tra i nove e i diciotto mesi.

Paul Bryan decide di fare una bella vacanza e fare tutte le cose che non aveva mai avuto il tempo di realizzare.

Ovviamente, in ogni puntata c’é una storia intrigante con una bella ragazza, e c’era il fascino di Ben Gazzara e della natura sconfinata