Sadici mascherati

Commissioni mediche per l’invalidità: Fame e sete

Fame e sete

Il maschio è più fragile della donna, non è mai preparato ad affrontare la vita da solo. Un maschio innamorato non dovrebbe mai avere la sfortuna di veder morire la propria compagna prima di lui, né vederla camminare con una stampella a fianco a lui, né rimanere innamorato mentre lei lo sta lasciando.

Trovai un ortopedico specialista in necrosi all’anca.

Confermò che non c’era mai stato il tumore all’anca – confermò la necrosi causata dall’alta dose di cortisone – e indicò assoluto scarico fino alla fine delle terapie. Questo voleva dire che non poteva permettersi di cadere, e due stampelle anche per andare al bagno.

Contattai l’ufficio competente per ottenere la visita della commissione medica a domicilio, per avere l’invalidità al cento per cento com’era già chiaro nei moduli per quel tipo di malattia, e l’assegno di accompagnamento.

Qualche settimana più tardi un uomo minuto arrivò a casa nostra. Aveva uno sguardo schivo, un passo titubante e una stretta di mano molle. La donna che lo accompagnava era la dottoressa, in giurisprudenza, che dirigeva l’ufficio.

L’omino era l’intera commissione medica e iniziò a trascrivere i documenti che avevamo.

In certi momenti, mentre un medico scrive e valuta la veridicità di qualcosa di tuo, che è tremendo e già scritto, ci si sente soli e demoralizzati più che mai. La stanza si impregnò di miseria. Malattia e miseria.

Dopo un quarto d’ora perso a trascrivere tutti i dati da una cartella all’altra, il medico ruppe il silenzio per chiedere a Sandra se poteva alzarsi in piedi e lei si alzò appoggiandosi innocentemente al tavolo.

Dopo qualche giorno arrivò il responso della commissione. Era firmato da quattro medici.

Diedero a Sandra il cento per cento d’invalidità seguendo il regolamento, ma non le riconobbero il diritto all’accompagnamento.

Le sue lacrime scesero silenziose.

Contattai l’ufficio, spiegai l’accaduto e la dottoressa “Sì, mi ricordo. Non gliel’ha data perché sua moglie si è alzata in piedi”.

“Scherza? Sandra si è alzata perché può farlo. Quello che non può fare è caricare il peso e se scivola quando è sola sarebbe un guaio – in agosto mi è svenuta in bagno”.

“Immagino”.

“Ora vengo lì, perdo altre due ore ma questo certificato me lo mette a posto all’istante”.

“Non ho questo potere. È la commissione che decide”.

“Allora mi faccia parlare subito con la commissione e se non correggono subito li denuncio tutti, visto che hanno firmato per qualcosa che non hanno neppure visto”.

“Sa cosa si può fare? Potrebbe chiedere l’aggravamento”.

“In che senso?”.

“Si fa fare una carta dal medico con la dichiarazione che Sandra ha qualcosa, qualcos’altro, non so, qualsiasi cosa. Io mando subito la commissione, Sandra rimane a letto e le viene data l’accompagnatoria”.

Da Qualcosa che non muore – pag. 101, 102, 103 – capitolo Fame e sete

 

I Saltimbanchi

La famiglia di saltimbanchi di "La banaòità del Male"

Mi fa pensare a un’immagine che ho visto, un’immagine dell’ultimissimo Picasso, di cui ho parlato nel “Codice dell’anima”.

E’ un’immagine che Picasso ha dipinto molto, molto tardi nella sua vita. Forse a novant’anni. Una testa di ragazzo, grigio-bianca, che è anche una specie di testa di clown, grigio-bianca. Spettrale. Un’apparizione. Come se avesse dipinto l’autoritratto del suo Daimon. La persona composita che un artista è: un clown e un eterno ragazzo.

C’è qualcosa in questo dipinto che concerne la rivelazione della propria vita come immagine. Ed è in forma d’immagine che la nostra vita perdura oltre la vita.Restiamo un’immagine nella vita dei nostri discendenti, dei nostri amici.Restiamo un’immagine nella storia del nostro mondo, una specie d’influsso, un fenomeno, forse un atto del cosmo!

James Hillman

L’invidia del sadico mascherato

C’era anche un altro paradosso in quel luogo, e fu in quel preciso momento, con lui, che mi sembrò per la prima volta d’intravvederlo – c’era una sottile invidia per la sofferenza. Inutile dire che, questa, complicò il nostro viaggio.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 48 – capitolo La fortuna dentro la sfortuna

 

 

La fortuna dentro la sfortuna

Si compiaceva nel dirmi tutte le cose peggiori che ci potevano accadere. Lo ascoltai e recitai il pieno interesse, annuendo più volte, come s’impara a fare negli anni con certi docenti, e lo immaginai da bambino come fanno alcuni analisti, ricordando un compagno antipatico che ebbi in prima media, rosso, con le lentiggini, anche lui sadico e masochista.

Paradossalmente, tutto questo, accadeva mentre lui mi parlava di morte

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 47 – 48 – capitolo La fortuna dentro la sfortuna