Curiosa personalità la Natura

La categoria Curiosa personalità la Natura del Bolg di Lino Berton si riferisce alle forze della natura, alla bellezza, alla voluttà della vita, angoli di pozzo, alla gioia di riempire l’anima di natura attiva e selvaggia, ai segreti del mondo

Riflessi nella nuova stanza

 

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A camminare in corridoio, alzando lo sguardo, vidi ovunque pallore, occhi tondi, bandane, e flaconi avvolti in carta stagnola. Lì, non potevo più perdermi in ridicole suggestioni.

Così accadde nella nuova stanza di Sandra, quella sera, che era il suo compleanno.

È divertente ritrovarsi incantati mentre ci si guarda allo specchio di una stanza da letto di un reparto terribile.

Una piccola stanza con un letto, una sedia bianca di finta pelle, un armadietto e un piccolo frigo con una targhetta riportante il nome dell’associazione che l’aveva donato. L’incantesimo di quella stanza mi fece superare l’idea di dove ero entrato.

Quella sera, la mia mano continuava a sfiorarle la gamba, e tutte le mie idee rimasero fisse a guardarle i capelli. Neri. Neri e lisci. Luccicavano e si appoggiavano al cuscino. La facevano sembrare rilassata e imbattibile. Mi piacevano i suoi capelli.

Sei anni prima, alla nostra prima uscita, si confondevano tra la giacca di pelle nera, aggressiva, con cerniere e risvolti che saltavano all’occhio. I suoi capelli erano oltre.

I suoi capelli erano il dettaglio per capire come voleva fare l’amore; a volte, prima di farlo, li spazzolava e li raccoglieva. Voleva essere la brava ragazza ed essere mia. Altre volte, in piedi, li scioglieva e si spogliava. Sapevo già cosa voleva.

Quella sera mi disse “Vorrei che nostro figlio fosse identico a te. Lo sai che possiamo avere anche due gemelli o una bambina rossa?”.

“Come rossa?”.

“Il nonno è rosso. Noi siamo tutte un po’ rosse. Non vedi i miei capelli? Sono neri, ma se li guardi in controluce hanno dei riflessi rossi”.

Non lo so cosa sia realmente accaduto in quella stanza. A guardarla bene, il colore dei capelli era diverso. Forse fu quel modo che aveva di guardarmi.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 51 – 52 – capitolo Riflessi nella nuova stanza

 

Quasi identiche. Sandra e Daniela Klemenschits

klemenschits. Lino Berton.ComSandra e Daniela Klemenschits erano due gemelle austriache. Erano nate a Vienna il 13 novembre 1982. Giocavano a tennis insieme. Insieme si è più forti.

Nel 2005 avevano raggiunto la finale al torneo WTA di Istanbul. Nel circuito ITF avevano collezionato 20 vittorie su 51 finali. Giocavano come i gemelli Bryan, come i 4 moschettieri. Uno per tutti, tutti per uno.

 

Nel 2007 avevano 24 anni. Tumore agli addominali, per entrambe.

Una malattia gravissima. Dissero incurabile. Dissero “pochi mesi di vita”. Sandra racconta che “Quando ce l’hanno detto, siamo rimaste scioccate” .

Ma non hanno mollato. Ci hanno provato, si sono curate insieme, Sandra ce l’ha fatta, Daniela no, Daniela morì ad Anif, un minuscolo paese nei pressi di Salisburgo.

“Dopo la morte di Daniela ho deciso che avrei smesso” disse Sandra.

Si dice che quando ti muore un gemello, ti muore una parte di te.

Il 21 luglio 2013, a cinque anni dalla morte di Daniela, Sandra ha vinto il suo primo titolo WTA, in un lago, a Bad Gastein, in coppia con la slovena Andreja Klepac.

Lino bertonAl momento del matchpoint, pensavo soltanto a Daniela”. E Sandra riprende: “Cinque anni fa è stata molto dura riprendere a giocare, perchè Daniela era stata la mia compagna per 15 anni. Ma per me significò molto: voleva dire che c’era qualcuno pronto ad aiutarmi anche quando le cose andavano male”, ma “La vittoria più bella è restare sana. E’ una vittoria senza prize-money, ma è la più bella. Perché non ha prezzo”

Sandra Klemenschits ha voluto chiamare “K-Twins” il suo sito internet, che ora non esiste più.

Per anni ha organizzato un evento benefico per raccogliere fondi a favore della ricerca sul cancro e l’ha intitolata “Together we’re Stronger” (insieme siamo più forti).

 

Jung. La coscienza collettiva.

Intervistatore – “Mentre il Mondo diventa più efficiente dal punto di vista tecnico, sembra crescere la necessità per le persone di comportarsi in maniera conforme alla collettività. Pensa sia possibile che la più alta forma di sviluppo dell’uomo possa sommergere la sua stessa individualità in una specie di coscienza collettiva?

 

Jung – “Questo è difficile che sia possibile. Io penso che ci sarà una reazione, una reazione contro questa forma generale di dissociazione. Capisce, l’uomo non sopporterà per sempre la propria nullificazione. Prima o poi ci sarà una reazione e io già la vedo avvenire. Sa, quando penso ai miei pazienti, io vedo che tutti loro cercano la loro propria esistenza e vogliono proteggerla da una completa atomizzazione nel nulla e nella mancanza di significato. L’uomo non può sopportare una vita priva di significato”.

 

In compagnia delle emozioni

Avevano tutti il talento della memoria e riparavano corpi. A certi, quelli già isolati, si poteva perfino far arrossire gli occhi; ad altri, quelli che si muovevano solo in gruppo – se si riusciva a isolarne uno per qualche istante – era possibile estorcere anche qualche indicazione importante, che il luogo spesso negava. A tutti, però, non si doveva mai dimenticare di chiedere cosa avrebbero fatto se si fosse trattato della loro figlia. Con loro, era d’obbligo essere sempre discreti, scavare a fondo non faceva parte di quanto concesso da quel luogo e, aumentando troppo l’intensità delle emozioni, c’era il rischio che lo stesso luogo innalzasse muri.

Quel luogo osservava un codice etico che suggeriva di mostrarsi umani e di lavorare in équipe, ma quello stesso luogo insegnava anche a parlare male dei colleghi e a fare tutto da soli fino ad arrivare a boicottare il lavoro degli altri.

Quel luogo insegnava ad accaparrarsi più dannati possibili e tenerli là. Quel luogo non permetteva alla memoria di finire in menti sbagliate. Nessuno poteva farsi domande in quel luogo. Castrava tutte le menti che davano del tu alla propria anima. Li sceglieva lui così, tutti allo stesso modo, formandoli già dall’Università. Era quel luogo che li voleva così.

Per quel luogo non era conveniente allestire tavole rotonde, ogni medico agiva indipendentemente e ogni prestazione veniva rimborsata.

Sandra rimaneva in silenzio, tranquilla, ad aspettare.

Era questo che m’innervosiva di lei.

Anche quando camminavamo sui sentieri di montagna, quando stava bene, riusciva a innervosirmi per lo stesso motivo. Per lei non c’erano i crepacci che potevano risucchiare, i ponti tibetani dovevano reggere tutti, e se c’era un cane, qualsiasi cane, bisognava fermarsi e accarezzarlo come se nessuno di loro la potesse mordere.

In quei giorni, si comportò esattamente al suo solito modo, rimase in cordata a leggere romanzi tra il vento.

Da Qualcosa che non muore” – pagina 21 – capitolo – In compagnia delle emozioni