Una società che affonda

Una folla presente sulla riva di fronte alla stazione ferroviaria di Venezia vede un ragazzo, che vuole morire, gettarsi in Canal Grande.

Alcuni astanti lo chiamano “Africa”, altri dicono “Meglio lasciarlo morire, tanto ormai…, e una donnasta facendo finta”.

Nessuno si tuffa, l’acqua é fredda e un po’ torbida. Cinque persone lo riprendono col telefonino e mettono il video su Youtube.

Gli addetti, i marinai, gli lanciano quattro salvagenti, ma il suicida non li prende.

Dino Basso, direttore della sezione di Mestre della Società nazionale di salvataggio, spiega al Corriere Veneto che lì c’era un loro bagnino: “Si è tolto il giubbotto, si è guardato in giro per consegnarlo a qualcuno, ma in quel momento è stato distratto dalle urla di una donna in barca che diceva “sta facendo finta”. Il tempo di guardare meglio e l’uomo era sparito”. “Se lanci un salvagente a qualcuno impietrito dall’acqua gelida – ha spiegato – non lo prenderà, è meglio cercare di afferrare la persona da un barchino. Non voglio incolpare nessuno, ma forse qualcosa in più per salvarlo si poteva fare”.

Il giovane che si é lasciato andare a fondo per i suoi problemi si chiamava Pateh Sabally, aveva 22 anni, ed era sbarcato con la speranza e un permesso umanitario nel suo nuovo mondo solo due anni prima.

Nota: Il pubblico ministero Massimo Michelozzi difende i lavoratori dell’azienda di trasporto chiarendo alla Nuova che dinnanzi a una persona in acqua il personale ha l’obbligo di gettare i salvagenti in acqua e non di tuffarsi. Sarebbe interessante anche chiarire cosa sostiene la logica e il bun senso nel fare tutto quello che c’é da fare per salvare un uomo nero che vuole morire

 

 

 

 

 

 

 

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