La follia delle ninfee

 

Una voce mi portò al reparto. Era l’altra sorella che, visivamente scossa, mi stava chiamando. La guardai, mi diceva “Vieni! Sandra sta male”.

Quando entrai nel minuscolo bagno, la trovai sopra il bidet, senza forze, pallida – non parlava più.

La speranza è un’emozione? Quando l’abbracciai si mise a piangere come se il mio abbraccio avesse gettato a terra una bottiglia di spumante e la sua piena mi travolse “Ho detto a quel medico della TAC di somministrare il liquido di contrasto dalla vena del polso. Gli ho detto che me l’avevano riferito altri medici, non me l’ero mica inventato. Ma niente. Idiota! Ha voluto farlo a tutti i costi, e il catetere si è rotto, e con le mani nude ha fermato il sangue e ha messo un cerotto. Erano tutti lì, intorno a me, impanicati. È andato su tutto il seno, anche sul capezzolo. Guarda? Ho ancora i brividi. Mi hanno pulito velocemente e mi hanno detto di avvisare subito i medici del reparto, per un impacco, e qui mi hanno guardato – non sanno neppure di che impacco si tratta. Quando mi hanno infilato nella TAC avevo ancora le convulsioni, le gambe erano come due molle, non riuscivo a fermarle; qui mi fanno venire un altro tumore”.

La strinsi e lei lo fece ancor di più. Restammo lì su quel bidet un quarto d’ora e, stretti in quel modo, tornammo al pontile. Trovai attraccata la nostra barca e saltammo su. Mi misi a vogare e spinsi forte sul remo cercando d’intuire a che punto fosse arrivato il nostro disegno.

Quel mare sembrava diverso, ingannava il nostro cuore e imprigionava la mia mente.

Eravamo circondati da papiri e ninfee – fiori bianchi ovunque – e dal rumore di morsi senza dolore.

Quel mare era folle.

Follia, era sentire d’essere chiusi in un bagno e sentire l’aria e l’odore del vento.

Follia era riuscire a immaginare ancora qualcosa.

Follia era poter credere ancora a qualcosa.

Della rotta vera non m’importava più nulla, intuivo che era già decisa, ne ero ormai convinto.

“Non torniamo più a casa?”, mi chiese.

“No. Stai con me”.

“Questa notte ho sognato che ero in un campo”.

“Cosa facevi?”.

“Ero ferma in un campo di fiori viola; sai quei fiori che nascono nei campi a settembre? Sembrava un mare, erano altissimi e mi coprivano completamente le gambe. Poi mi sono voltata, a un centinaio di metri c’era la vecchia casa di campagna dove sono cresciuta, c’erano i miei nonni alla finestra e mi guardavano. Erano così vivi. Come si chiamano i fiori di campo viola?”.

“Fiori di campo, viola. Com’è finito il sogno?”.

“Niente. Mi sono svegliata. Cosa può significare?”.

   “Non lo so. È solo un sogno”.

Accostò il suo viso al mio e con quel respiro entrò definitivamente nella mia vita.

Ero lì, in quel campo, da sempre e lei arrivò.

Il viola era il colore del mio sogno e immerso nella sua ombra la presi.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pagine 196, 197, 198 – capitolo La follia delle ninfee

 

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