Ne vale la pena sempre

Un falco può saltare un muro di cinta?

E una civetta cieca che crede d’essere un falco?

E se entrambi non sapessero d’essere una semplice immagine?

La stessa unica immagine, custodita dentro a due cuori diversi.

Fu lì, nell’oscurità, che Sandra disse “Non credo che potrei continuare a vivere, se sapessi che non c’è più niente da fare”.

Non credo che potrei continuare a vivere, la stessa frase che mi tormentava quand’ero bambino. Era mia madre che me la diceva e io non la volevo ascoltare. Qualsiasi dolore era troppo forte per lei e non ne valeva la pena, mai. Mi aveva sempre spaventato e, anche da grande, quando iniziai a sospettare che soffrisse di qualcosa di simile alla disforia, non riuscivo a perdonarla per quella che mi sembrava assenza di coraggio, coraggio che ogni madre dovrebbe trovare vicino al proprio figlio. Alla fine però riuscì a guarire, credo; riuscì comunque a essere una buona madre, grazie a mio padre.

Sandra era diversa – riusciva a contenere il dolore, e a contenermi – ma conoscere il giorno della propria morte è terrificante. Quella fu la prima volta che mi ricordò mia madre. Quella fu la prima notte di Quaresima. Per il resto del viaggio, seguii la sua rotta e rimasi legato per altri quaranta giorni ai suoi occhi che mi dicevano in ogni momento che, secondo lei, valeva comunque la pena sopportare fino in fondo il dolore di perderci. Lei riusciva a vedere ancora un noi, un noi fino in fondo.

Rimanemmo dentro a noi stessi senza percepire più lo scorrere del tempo e in quel rifugio trovai la risposta più opportuna “Sebbene io ti ami”.

 

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pagina 136-137 – capitolo Ne vale la pena sempre

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