Senza più ombre alla Grande Jatte

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Un altro sentimento poco piacevole che avevo, era d’essere separato dal resto del mondo, come se fossi stato alla deriva.

La memoria si sbarazzò velocemente delle immagini che avevo, le gettò via come piatti di ceramica contro a un muro. Ma muri, in quella stanza, non ce n’erano più.

Poi il rumore si fermò e dipinsi su una tela di lino il paesaggio che avevo di fronte.

La preparai con cura, buttandoci sopra della colla di pelle di coniglio. Tre metri per tre. Dipinsi azzurro il mare, azzurro il cielo, azzurro qualsiasi cosa.

Finsi di vedere la linea che separa il cielo dal mare e disegnai un gran giardino in riva a un lago, tutte le immagini della vita di Sandra, ma in un attimo sentii ancora del colore arrivare e in quell’attimo le cancellai.

Da quell’attimo, seguii solo dei punti che sembravano fissi, praticamente con il colore seguivo la rotta e, nel dipingere le gocce delle creste delle onde, ricercai ogni nostro tratto e lo feci diverso l’uno dall’altro.

Restai comunque lì con lei, con i pennelli in mano, in equilibrio, in un posto diverso che cercava di capire il dolore, senza fretta – come sopra una fune sospesa nell’aria – e cercavo anch’io di ascoltare ogni pensiero di quel vuoto.

Restai sopra quella fune, immobile, dentro ciò che vedevo, come fa l’illusione quando sa far prendere al cuore la via più breve.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 73 – 74 – capitolo Senza più ombre alla Grande Jatte

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