Uno strano venerdì

Mentre ero perso, il Piccolo Bravo arrivò.

Come entrò in scena, andò subito in confusione e capii subito che le condizioni di Sandra erano precipitate.

Poteva essere un po’ d’aria entrata per errore con il tentativo della toracentesi oppure una trombosi per la trasfusione di piastrine.

Il Piccolo andò in affanno, somministrò cortisone, poi morfina, e poi decise di farle una radiografia, lì, in stanza.

Sandra si mise seduta dritta sul letto, abbracciò la cassetta di plastica dell’apparecchio, respirò forte senza riuscire a trattenere l’aria e ci vide scappare via di corsa dietro al muro per evitare, almeno a noi, le radiazioni.

Il Piccolo, non riuscendo a capire niente, chiamò in suo aiuto un altro giovane ematologo che era di turno quella sera nel reparto dei trapianti di midollo.

E lì Sandra mi disse “Non ce la faccio”. In un istante mi passò il mondo, capii che la morfina non l’aveva ancora presa, e in quel brevissimo spazio di tempo, in quel luogo dove non c’è più niente, iniziammo a parlare a lungo di noi, della nostra vita e di tutto ciò che eravamo stati, senza fare neppure il minimo accenno a ciò che saremmo diventati.

Mi baciò. Incominciammo così a fare l’amore. Continuammo a farlo piano, come non l’avevamo mai fatto prima di allora.

La verità?

Ero in una camera di un ospedale, undicesimo piano, con la luce soffusa, guardavo il mare oltre la finestra, Sandra era alle mie spalle e la guardavo riflessa dalla finestra.

Era Venerdì Santo. Non sprecammo nulla di quel momento. Ore indimenticabili, quattro ore, tutte a 167 battiti al minuto. Era buio, nevicava, mi sentivo impazzire e quel piccolo medico in confusione non riusciva a vedere neppure dove eravamo.

Io sapevo dove eravamo, eravamo quasi in cima allo Stelvio.

Sandra, quella notte, fece tutta la salita in bici senza fiato, arrancando, dopo undici mesi di chemio. Non so ancora spiegarmi cosa riuscisse a spingerla a rimanere, so solo che la vedevo spingere con tutta se stessa sui pedali con quelle gambe senza più muscoli e a piedi nudi. Portava quel pigiama rosa che a me piaceva tanto; la camicia era aperta. Ogni tanto lasciava la strada e mi guardava “Non ce la faccio, muoio” – diceva.

Le asciugavo la saliva che le usciva dalla bocca e le dicevo “Devi farcela. Mi ami, vero?” – e lei continuava a spingere.

Le tre giovani specializzande rimasero impietrite a guardarci.

Avrebbero potuto fare altrimenti, andare anche loro fuori a fare altro, ma rimasero con noi.

Riuscii a ricevere forza da loro, anche se poi – a guardare la disperazione dell’Aiuto Piccolo – molta di quella forza velocemente mi lasciò. Ma lui era comunque lì ed ebbe il coraggio di chiamare il Primario di Chirurgia Toracica di quel posto, alle nove di una sera di un giorno di festa.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 206 – 207 – capitolo Uno strano venerdì

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