La follia dei ricordi

Incrociando quei solchi, nel silenzio dell’unione, mi fissava cercando disperatamente un senso a quella mia follia.

Follia era il giorno dedicato a camminare e a stare insieme il più a lungo possibile.

Follia era intuire d’averla già conosciuta in un sogno pressoché dimenticato.

Follia era vederla in quel lago che avevo di fronte.

Follia fu tuffarmici dentro.

Follia fu non dirle niente.

In quei giorni cercavo di capire cosa poteva aver scatenato quel cortocircuito che l’aveva portata a costruire la massa. Cercavo dentro di lei. Lei invece non faceva trasparire nulla, ma eravamo entrambi persi oltre il confine del suo profondo.

Follia era forzarla a camminare per farle riprendere la muscolatura.

Follia era giocare. Follia era scherzare, cercando di dimenticare fatica, dolore, paure, e l’ombra.

In quei dieci giorni lontani dal resto del mondo, la forzavo a pensare che il rischio vero era quello di perderci. Credevo davvero di riuscire a scuoterla.

Non avrei mai immaginato che era proprio quel pensiero a far crescere in lei, l’idea di legarmi per sempre a lei.

Il Contramal, in quei giorni, rese tutto più folle.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 88 – 89 – capitolo La follia dei ricordi

 

 

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