Il fragile peso delle emozioni

Il sabato, Scirone non c’era neppure per salutare. Alle otto del mattino, Sandra era già pronta seduta sul letto e sul tavolo c’era la bottiglia d’acqua ancora piena,

Sandra era pallida, visivamente debole, ma prima di partire controllò che la parrucca fosse in ordine e prese con sé la bottiglia.

Nel varcare la soglia, girò lo sguardo e salutò con la mano alzata il medico in fondo al corridoio che accennò un saluto senza alzarsi dalla scrivania. Scriveva.

Voltammo a destra verso l’ascensore e vidi dentro alle stanze gli ammalati, uno ad uno; avevano tutti sul comodino una bottiglia d’acqua e un paio di pazienti erano riversi.

C’erano l’ira, l’angoscia, l’ansia, la paura, e la tristezza erano tutte dentro a quell’acqua morta. Il dolore era onnipresente e il piacere era solo un ricordo.

Presi la mano di Sandra e mi diressi verso la fine del pontile, e mi sfuggì un pensiero “Credevo ci fossero solo gabbiani qui dentro”

e lei “Vorrei riuscire a cambiare ancora qualcosa”.

Arrivati alle porte dell’ascensore, la baciai sul collo. Il bacio produsse nel cielo un lampo rosso e nel punto più in alto il vento lo portò lontano. L’ira s’intensificò con il vento e andò al largo a morire.

A quel punto, forse, avrei dovuto abbracciarla come si fa con i bambini e farla sentire protetta scatenando tutte le sue emozioni, ma non lo feci. Non mi sarei più staccato da lei, da quei piedi nudi che sfioravano l’erba che non c’era già più.

Da QUALCOSA CHE NON MUORE – pag. 154 – 155 – capitolo Fragile

 

 

 

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