In compagnia delle emozioni

Avevano tutti il talento della memoria e riparavano corpi. A certi, quelli già isolati, si poteva perfino far arrossire gli occhi; ad altri, quelli che si muovevano solo in gruppo – se si riusciva a isolarne uno per qualche istante – era possibile estorcere anche qualche indicazione importante, che il luogo spesso negava. A tutti, però, non si doveva mai dimenticare di chiedere cosa avrebbero fatto se si fosse trattato della loro figlia. Con loro, era d’obbligo essere sempre discreti, scavare a fondo non faceva parte di quanto concesso da quel luogo e, aumentando troppo l’intensità delle emozioni, c’era il rischio che lo stesso luogo innalzasse muri.

Quel luogo osservava un codice etico che suggeriva di mostrarsi umani e di lavorare in équipe, ma quello stesso luogo insegnava anche a parlare male dei colleghi e a fare tutto da soli fino ad arrivare a boicottare il lavoro degli altri.

Quel luogo insegnava ad accaparrarsi più dannati possibili e tenerli là. Quel luogo non permetteva alla memoria di finire in menti sbagliate. Nessuno poteva farsi domande in quel luogo. Castrava tutte le menti che davano del tu alla propria anima. Li sceglieva lui così, tutti allo stesso modo, formandoli già dall’Università. Era quel luogo che li voleva così.

Per quel luogo non era conveniente allestire tavole rotonde, ogni medico agiva indipendentemente e ogni prestazione veniva rimborsata.

Sandra rimaneva in silenzio, tranquilla, ad aspettare.

Era questo che m’innervosiva di lei.

Anche quando camminavamo sui sentieri di montagna, quando stava bene, riusciva a innervosirmi per lo stesso motivo. Per lei non c’erano i crepacci che potevano risucchiare, i ponti tibetani dovevano reggere tutti, e se c’era un cane, qualsiasi cane, bisognava fermarsi e accarezzarlo come se nessuno di loro la potesse mordere.

In quei giorni, si comportò esattamente al suo solito modo, rimase in cordata a leggere romanzi tra il vento.

Da Qualcosa che non muore” – pagina 21 – capitolo – In compagnia delle emozioni

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